Anche in Valle Trompia l’attività prevalente era rappresentata dall’agricoltura. Essa forniva sostegno alimentare – sebbene privo del carattere dell’autosufficienza – alle famiglie, regolava i tempi delle giornate, secondo i ritmi dei cicli lunari, delle piogge, dei rigori invernali e delle calure estive; essa scandiva i mesi e le stagioni e condizionava anche il lavoro nelle miniere, dove l’opera era prestata essenzialmente da contadini quando essi erano liberi dai lavori nelle campagne; molti fanciulli e ancor più fanciulle non frequentavano le scuole o si assentavano talvolta da esse in quanto impegnati nella cura di campi e bestie oppure nelle faccende domestiche. Come accennato in precedenza l’Austria mirava a favorire l’agricoltura, anche con tasse più leggere per i coltivatori e i piccoli proprietari, a scapito dell’artigianato e delle nascente industria; forse i dominatori del Lombardo-Veneto ritenevano che il settore primario fosse garanzia di succube conservatorismo, dimentichi che il legame con la terra è anche legame di sangue che rinsalda in un popolo la ferrea volontà di libertà, indipendenza e autodeterminazione.
La proprietà in valle si presentava molto frazionata, costituita da piccoli o minuscoli fondi che a malapena bastavano alla sopravvivenza. In aggiunta era assai praticata la caccia che forniva il necessario apporto di proteine nobili; per comprendere la diffusione e la consistenza di questa avita pratica basti citare quanto riferisce il Cocchetti nel suo libro su Brescia e la sua provincia a pag. 266, dove viene documentata la cattura a Gardone Val Trompia di ben duemila uccellini in un sol giorno. Tra le colture principali il granoturco, il frumento, il miglio; sempre più diffuse le patate in grado di sfamare e nutrire la popolazione in modo soddisfacente e adatte al terreno e al clima della zona. Completavano la gamma di prodotti agricoli la frutta, qualche vitigno (il confine oltre il quale la vite non sopravviveva era situato poco oltre Marcheno), e l’allevamento che forniva abbondanti e gustosi burri, stracchini e formaggi.
Le miniere trumpline, una cinquantina agli inizi del secolo, si ridussero poi progressivamente di numero e diminuirono la produzione. Le due cave aurifere e argentifere del monte Muffetto sopra Bovegno vennero definitivamente abbandonate nel corso del XIX secolo.
Tra periodi di prosperità e di flessione continuava la produzione armiera, ma non mancavano pure alcune utensilerie, fucine e magli, concerie e cartiere.
Per il turismo era ancora presto, ma iniziavano a essere studiate e acquistavano rinomanza le acque ferruginose e minerali di Bovegno e Collio, che avrebbero in seguito costituito il fulcro sul quale si sarebbe sviluppata l’attività alberghiera e i soggiorni nella seconda metà del secolo.
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