Da Anveno al monte Palosso

 

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Nel 1911 in Libia gli italiani lanciarono alcune granate a mano da un aereo; fu la prima rudimentale operazione di bombardamento aereo della storia, (il primo traballante volo dei fratelli Wright risaliva al 1903), ma il passo decisivo si avverte quando sui velivoli viene montata la mitragliatrice: dapprima sopra al pilota con un angolo di 45 gradi per evitare l’elica e poi con l’introduzione nel 1915 delle piastre deflettici in acciaio che deviano i colpi che colpiscono l’elica,diventa possibile sparare direttamente dalla cabina del pilota, tale tecnica migliorerà con il sistema di sincronizzazione del tiro con giri dell’elica, rendendo aerei del tutto mediocri come i Fokker incontrastati padroni del cielo per tutto l’inverno 1915.

Da quel momento ogni innovazione introdotta fa a gara per superare l’avversario nella guerra alla conquista degli spazi bellici celesti. In cielo vola di tutto: Dirigibili, palloni frenati, monoplani, biplani a elica posteriore spingente o anteriore traente e triplani.
L’Italia si serve soprattutto di aerei inglesi e francesi, ma presto fabbrica un eccellente bombardiere trimotore Caproni e una serie di idrovolanti Macchi utili a contrastare gli Hansa Brandeburg forniti all’Austria dalla Germania.
Nascono anche i primi bombardieri a largo raggio, veri e propri giganti del cielo come i tedeschi Staaken R VI quadrimotore e Ghota G IV bimotore che il 13 giugno 1917 si presenteranno sopra Londra provocando 162 morti e 400 feriti, preludio a quello che sarà il blitz nazista di trent’anni dopo.[1]
L’alta e media Valtrompia in quanto parte integrante delle retrovie dello sbarramento delle Giudicarie, era spesso soggetta alla “Visita” dei ricognitori austriaci, i quali scatenavano insieme la curiosità e la paura tra la popolazione locale che per la prima volta vedeva tali macchine volanti, come ci ricorda in un intervista rilasciata nel 1996 Battista Labemano di Polaveno classe 1905 :
 “Mi ricordo che quando ho visto il primo apparecchio uscivamo dalla messa prima di giugno – dunque doveva essere cominciata di maggio la guerra. Aveva girato sopra qua, era come….Apparecchi piccoli insomma, e dicevano che era tedesco. Allora ci si accucciava di qua, ci si accucciava di la.
 
 
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E su in Domaro c’erano su i cannoni, avevano messo un cannone contro gli apparecchi”.[2]
L’ultima frase del Labemano ci chiarisce bene come lo sviluppo tecnologico della guerra imponeva delle contromisure, nella fattispecie la costruzione di postazioni di artiglieria contraerea sulle alture soprastanti i paesi della valle, e in particolar modo Gardone, in quanto sede della Regia fabbrica d’armi e Villa carcina con la preziosa risorsa industriale delle fonderie Glisenti.
Ma dove si trovavano tali postazioni?
 La testimonianze raccolte sono molto chiare: una di queste stava in Località Domaro, in posizione dominante sopra Gardone sullo spartiacque tra la valle di Gombio e quella di Gardone, a circa 952 metri sul livello del mare; sulla montagna a fianco ne sorgeva un’altra, in località Anveno, più o meno alla medesima altitudine 925 metri, ma un poco più a nord; sulla costruzione di tale manufatto ci riferiva il signor Grazioli Luigi ( Panada) classe 1910:
..Io e altri ragazzini stavamo giocando nel piazzetto (ora via pascoli civici dall’1 al 5), quando abbiamo visto arrivare del camion che hanno scaricato i cannoni, i fari e alcuni motori, probabilmente generatori elettrici che in un primo tempo pensavo fossero gli stessi motori dei camion smontati per tale scopo.
Questi materiali vennero caricati su carri e su muli e trasportati fino in Anveno.
Non ricordo con esattezza se fosse il 1916 o il 1917 però ricordo che si trattava di truppe alpine”[3].
Evidentemente lo scopo era creare una linea di fuoco incrociato che impedisse agli aerei che si infilavano nello stretto corridoio della valle di avvicinarsi alla cittadina armiera.
Una terza si trovava in Località Navezze sopra Sarezzo e al confine con Gardone sul versante est della valle,1078 metri, impiegata tra l’altro ancora come punto di avvistamento nel secondo conflitto mondiale, mentre una quarta e ben più vasta postazione si trovava sul Monte Palosso, nel territorio di quello che allora era il Comune di Carcina ( prima dell’unificazione del 1927).
 
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Tale piazzaforte, munita di ben 4 postazioni di artiglieria è stata oggetto di una ammirevole operazione di recupero ( Progetto monte Palosso inaugurato nel 2006 ) da parte degli alpini dei gruppi ANA di Concesio, Gardone, Villa e Lumezzane, che hanno restituito fruibilità a queste vestigia di un passato che rischiavano di perdersi irrimediabilmente.[4]
Ed è proprio grazie a questo intervento e alle ricerche storiche effettuate in merito a questo, che possiamo conoscere qualcosa di più su questi storici manufatti.
La prima presenza documentata di militari a Villa Carcina risale al 14 agosto 1916. A seguito del conflitto, in merito alle circolari dell’Ufficio delle fortificazioni del Genio militare di Brescia, ogni comune era tenuto a mettere a disposizione locali destinati all’alloggio di truppe quadrupedi.
Da alcuni documenti risulta che il Sig. Poli Pietro, residente in Zignone, e la signora Rovetti Virginia di Pregno hanno inoltrato richiesta al 16° Artiglieria da campagna.Difesa antiaerea di Gardone V. T. per ottenere un rimborso spese per avere fornito alloggio alla truppa e relativi muli.
Dall’analisi delle somme rich
ieste, possiamo dedurre che da agosto a dicembre del 1916 erano sicuramente presenti
26 uomini e 6 muli dal 14 al 31 agosto
40 uomini e 8 muli settembre
19 uomini e 14 muli ottobre
3 uomini e 4 muli novembre
4 uomini e 4 muli dicembre
Non risultano dati sulla presenza di ufficiali, ma il numero elevato di uomini in servizio ci fa ritenere che tali fortificazioni siano state realizzate tra l’agosto e il settembre 1916.
Da indagini effettuate a Roma è risultato che tale postazione ospitava 4 cannoni mod. 65/B e una mitragliera contraerea. La postazione del monte Palosso era gestita dalla 247° Batteria Artiglieri Alpina.
Dal 9 al 14 novembre 1917 giungono in visita alle truppe locali gli alleati francesi del 93° batteria del 1° reggimento di artiglieria da montagna, composto da 3 ufficiali, 36 soldati e 73 quadrupedi tra cavalli e muli; comandante della 93° batteria è il Capitano A. Poetain.
 
 
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Sarebbe interessante conoscere il motivo per cui una così numerosa batteria francese sia venuta a Carcina, dove stavano stanziate poche unità italiane, purtroppo non si sono raccolti dati in merito se non i resoconti sulla dislocazione delle truppe presso le famiglie locali:
19 uomini presso Cancarini Maria, 3 ufficiali presso Cancarini Giovanni, 17 uomini presso Malesani Prati, 8 equini presso Cancarini Antonio, 25 equini presso Canarini Maria e 40 equini da un certo Miliculi,.
Risulta inoltre che altri soldati francesi fossero acquartierati a Nave presso la cascina della famiglia Umberto Zani.
Da notare che la presenza militare a Carcina si protrarrà anche a fine conflitto come dimostrato dal verbale di consegna datato 20 novembre1918, nel quale risulta che il 117° Batteria dl reparto di Artiglieria Contro aerea comandato dal Tenete Anselmi è ospitato presso le scuole.[5]
 
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Un discorso a parte meriterebbero le armi impiegate in questo genere di postazioni, come abbiamo in premessa ricordato, l’artiglieria contraerea era agli albori in quel periodo e pertanto ci si arrabattava con armamenti che sicuramente risultavano inadeguati: pezzi da campagna venivano sollevati su collinette artificiali per aumentarne l’alzo, operazione che se poteva essere efficace contro dirigibili e palloni frenati risultava però di scarso effetto contro gli aerei in rapido spostamento, anche se la posizione sopraelevata delle nostre batterie favoriva certamente le operazioni di puntamento rispetto a una postazione di pianura.
I cannoni 65/B, citati nella ricerca degli alpini del Palosso nell’opuscolo del 2006, non risultano negli elenchi delle armi impiegate in quel periodo bellico; forse si voleva citare il cannone 65/17, oppure il 7B RET da Montagna poi Cannone 75B[6], e personalmente chi scrive propenderebbe per uno di questi due modelli: il 75B, più leggero, con alzo maggiore e un impiego inferiore di muli per il someggio (3 animali) rispetto al 65/17 con maggiore gittata, ma più pesante (6 muli per il someggio), anche se molto apprezzato per la semplicità di funzionamento e la possibilità di eseguire tiri diretti ( cioè mirando con tiro teso sull’obiettivo ) ma forse meno facile da manovrare sulle piattaforme circolari; come del resto si può rilevare dalle fotografie di altre postazioni similari impiegate negli altri teatri bellici italiani.
Ciò non esclude che possano essere stati impiegati anche altri modelli.
Le immagini ci rivelano pure la dinamica di montaggio di tali cannoni sulle piattaforme, e i rudimentali dispositivi di movimento che ben ci rendono il goffo tentativo di adattare alla difesa antiaerea un’arma progettata per altro impiego.
Del resto si faceva quello che si poteva e si colpiva anche quello che si riusciva.

Comunque sembra che tra tutte le postazioni, quella di Domaro fosse stata la più fortunata, infatti pare abbia colpito un aereo austriaco che fu costretto ad un atterraggi di fortuna in località Caregno. questo lo riferiva al ricercatore il compianto storico di Villa Carcina Francesco Bevilacqua, aggiungendo anche che le eliche di tale velivolo erano conservate presso il museo privato di Villa Beretta a Gardone V.T.
In effetti appese alla parete dell’ingresso al museo della villa si possono vedere due grandi eliche di legno, perfettamente conservate, vi è riportato anche un numero di serie, ma per il momento ci è ignoto il modello di apparecchio al quale potevano appartenere, sicuramente un bimotore con elica spingente, forse un piccolo bombardiere, la speranza e che i futuro qualche appassionato di storia bellica possa svelare questo enigma.
Nel frattempo, non ci resta che visitare la postazioni del monte Palosso, o intravedere quelle delle altre località, dove la natura ha ripreso il sopravvento sugli anelli di cemento, le casematte e i rifugi che videro quegli uomini impegnati a difendere il fondovalle, scrutare i cieli,quando erano molto meno affollati e sentire il rombo di motori lontani che faceva presagire l’imminente arrivo di ali nemiche.
 
Giovanni Raza
 
 
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[1] G. Formichi a cura “ Storia illustrata della PRIMA GUERRA MONDIALE” Giunti Prato 1999
[2] M. Abati A. Peli. “I PERSICHI E LA GAVETTA” Edizioni dell’Ofilì Polaveno 1998
[3] Testimonianza raccolta e riferita nel 2003 dal signor Zappa Graziano classe 1934 Gardone Val Trompia
[4] S. Botta:” Strade militari sul monte Palosso “ in Bresciaoggi 29/1/2004
[5] G. P. Corti “Cenni Storici in Inaugurazione del sito storico del Monte Palosso” ,ANA Comitato monte Palosso 21/5/2006 pag 13
[6]www.vecio.it, mondo alpino, armi, equipaggiamento, artiglieria.