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Minatore greco su tavoletta del VII secolo a.c.

 
Il ferro è il metallo più diffuso nel mondo ed è noto dalla fine del III millennio a.C. Ciononostante entra nella storia dell’uomo piuttosto tardi e si diffonde soltanto dopo sconvolgimenti di portata continentale e una probabile crisi del mercato del bronzo che si manifesta a partire dal XIII sec. a.C. Il suo nome antico allude all’origine meteorica ed è forse questa la prima forma nella quale venne conosciuto. Il termine sumerico ‘an-bar’ (fuoco del cielo) indicante il ferro è molto chiaro, così come ‘ba-ni-pit’ in egiziano o ‘sideros’ in greco. Il ritardo con il quale il ferro entra nella cultura mediterranea ed europea è attribuibile prevalentemente alla sua facile deperibilità dovuta all’ossidazione e alle scarse qualità meccaniche in assenza di adeguati trattamento termici[1].
Pur nella mancanza di testimonianze e reperti che consentano di far risalire l’attività estrattiva valtrumplina al tempo degli antichi romani (come rivelano alcune fonti più legate alla leggenda che alla storia) è certamente lecito e doveroso affermare che per molti secoli le popolazioni dell’Alta Valle abbiano individuato nell’estrazione del minerale una fonte di sostentamento che, aggiunta a quel poco di agricoltura montana, ha consentito la loro sopravvivenza. Documenti fondamentali per la storia delle miniere triumpline sono gli statuti, a partire da quelli che furono stesi nel 1341, in epoca viscontea, da dodici sapienti scelti dalla vicinia di Bovegno. Furono redatti nove capitoli minerari di straordinaria importanza: è qui che si leggono per la prima volta i termini di ‘medolo’ per indicare la miniera e di ‘Societates Medalorum’ ovvero quelle imprese che esercitano attività di scavo e di estrazione del minerale. Analoghe disposizioni si trovano negli Statuti di Pezzaze editi nel 1318, ma giunti a noi nell’edizione riformata del 1529.
La lettura di questi documenti ci conferma nell’idea di come gli operosi abitanti valligiani dei comuni dell’Alta Valle praticassero, durante i secoli dell’età di mezzo, l’attività estrattiva, alternando il lavoro di mandriani e contadini (tipico dei mesi estivi) con la laboriosa escavazione dei ‘medoli’ per cercare la vena del ferro. Tale attività, se pure molto praticata, non giunse quasi mai, se non in pochissimi casi e con intervento esterno, ad assumere carattere industriale di alto livello; i mezzi obsoleti di estrazione impiegati nelle miniere triumpline e l’arretratezza tecnologica spesso limitarono le possibilità espansive e portarono ben presto a una crisi generale del settore protratta fino alla prima metà del XIX secolo.
 
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La conduzione familiare dei medoli comprendeva pure l’utilizzo di bambini più piccoli e in grado di muoversi con agilità negli stretti cunicoli. Questi giovanissimi minatori, descritti dallo stesso Giuseppe Zanardelli come: ’piccoli, rachitici, pallidi e malaticci ’ non potevano che fornire un lavoro ‘lento, misero e stentato ’ e il loro impiego era dunque effetto e insieme causa dei metodi di escavazione[2].

Nei decenni precedenti l’unità d’Italia si notarono comunque momenti di ripresa sia a Pezzaze, dove l’attività rimaneva però polverizzata in numerose piccole miniere, sia nelle vicine miniere di Bovegno e Collio. Queste ultime pur rimanendo divise tra diversi proprietari avevano incrementato la produzione al punto che le sette miniere di Collio attive nel 1857 producevano dieci volte di più delle nove miniere di Bovegno, che a loro volta superavano di gran lunga quelle di Pezzaze.
L’intervento di validi studiosi come Giuseppe Ragazzoni nel 1873, la società degli alti forni e acciaierie di Terni nel 1886 e l’industriale Francesco Glisenti fino al 1899 migliorarono di molto le capacità estrattive perfezionate poi negli anni 30 del novecento dalla Carlo Tassara di Pegli, nonché dalla società Fratelli Marzoli di Palazzolo sull’Oglio. Successivamente l’intervento della società Ferromin (gruppo Ilva Finsider) diede nuova linfa che consentì una notevole produzione fino ai primi anni settanta del novecento, subito seguiti dall’avvento della Fluormine S.p.A che attivando la Miniera Torgola di Collio iniziò lo sfruttamento dei filoni di fluorite e blenda fino alla sua definitiva chiusura nei primi mesi del 1999, rimanendo l’ultima delle miniere della Valle Trompia ancora attiva fino a questa data.
 
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Questo parrebbe l’ultimo atto di una millenaria vicenda, ma nel 1985 con la mostra ‘Le miniere in Valtrompia’ presso il Museo di Scienze Naturali di Brescia si gettarono le basi per una rivisitazione e un recupero delle miniere a scopi culturali e turistici. Nel protocollo di intesa del 1997, tra i comuni di Bovegno, Collio, Irma, Tavernole, Pezzaze, la Comunità Montana e la Provincia di Brescia, nasce l’agenzia Parco Minerario della Valle Trompia, che il 5 dicembre 1999 inaugura il primo tratto turistico della miniera Marzoli di Pezzaze, seguito il 15 luglio 2000 dalla mostra permanente ‘Le miniere di Valle Trompia, i luoghi, le persone, le cose ’ allestita nella Torre medievale di Bovegno[3]. Nel 2004 viene inaugurato il recuperato Forno Fusorio di Tavernole e sempre nello stesso anno viene aperto il percorso ‘Miniera Avventura’ presso la miniera Sant’Aloisio di Collio.
Nel frattempo proseguono le collaborazioni con società private e con l’università degli studi di Milano, unitamente all’apertura di nuovi spazi museali e percorsi all’interno delle miniere dismesse, nonchè degli antichi opifici come il maglio Averoldi di Ome e la fucina Sanzogni a Sarezzo.
 
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[1] M. CIMA, Archeologia del ferro, Nautilus/Grafo, Brescia, 1991.
[2] G. ZANARDELLI, Lettere sulla esposizione bresciana, Milano, 1857.
[3] C. SIMONI, La via del ferro e delle miniere in Valtrompia, Comunità Montana di Valle Trompia, Gardone V.T., 2002.