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Con il termine fucina si intende il luogo di destinazione per la sgrossatura e la lavorazione finale dell’acciaio proveniente dai forni fusori: operazioni che necessitano di alte temperature per rendere i blocchi di ghisa duttili e malleabili. Per questo motivo anticamente le fucine erano definite ‘fuoghi‘ che potevano essere grossi o piccoli (‘fuogatelli’).
 
 La fucina era dunque un complesso produttivo composto da un ‘fuogo’ grosso e da diversi ‘fuogatelli’ con annesse alcune officine per le operazioni di finitura. Solitamente si trattava di un’ampia costruzione in pietra locale a pianta rettangolare con il lato maggiore lungo il canale di alimentazione idrica (‘sariola’) della quale impiegava la forza tramite la ruota idraulica, allo stesso modo dei mulini. L’interno era un unico grande ambiente ospitante tutto l’occorrente per la produzione. Le macchine venivano installate lungo la parete che costeggia il canale in numero variabile a seconda della grandezza della fucina.
Nel ‘fuogo’ grosso la ghisa proveniente dal forno fusorio veniva purgata dalle scorie e trasformata in ferro (tecnicamente acciaio); durante questa seconda fusione lavoravano tre persone: un maestro, un lavorante, un ‘braschino’ (garzone). Essi ponevano la ghisa in un crogiuolo posto in una fornace e ne attuavano la fusione; il massello di ferro così ottenuto veniva battuto con un grosso maglio con testa di acciaio per essere spezzato in parti più piccole che, a loro volta, venivano lavorate nei ‘fuogatelli’ da altri magli di più modeste dimensioni per divenire attrezzi o altro genere di manufatti metallici.
Strumento fondamentale erano i mantici, che avevano il compito di fornire l’aerazione necessaria all’innalzamento della temperatura nella fornace di fusione: tale getto di aria doveva essere il più regolare possibile per garantire continuità al processo produttivo. Per questa ragione i mantici erano due e si alternavano nel soffio grazie ad un meccanismo a bilanciere. Verso la metà del Settecento i mantici vennero sostituiti dalla tromba idroeolica, primitivo, ma ingegnoso sistema di produrre un getto continuo di aria compressa tramite una caduta di acqua.
 
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Il maglio (dal latino ‘malleus’= martello) era costituito da un’asta lignea, un palo detto ‘èrbor’ portante una mazza battente di acciaio ‘mài’ fulcrata sull’instellatura rigida fornita da due montanti in pietra detti ‘hoche’, il cui movimento è trasmesso dall’albero motore della ruota idraulica collocato ortogonalmente all’asta del maglio mediante un albero a camme posto sull’albero motore. L’asta veniva così sollevata facendo scendere la parte posteriore munita di mazza battente e mettendola in contatto con il pezzo in lavorazione stavolta appoggiato su un basamento collegato ad un masso interrato nel pavimento.
Attorno a un maglio normalmente operavano tre persone o fabbri: uno di essi ‘il secondo’ scaldava al forno il massello di ferro, lo impugnava con la tenaglia e lo trasferiva sotto il maglio tenendolo ben saldo, quindi il maestro ‘maìhter’ seduto su uno sgabello davanti al maglio, stringeva il blocco di ferro incandescente con delle lunghe tenaglie ‘gaàde’ e muovendolo con rapidità e destrezza lo sottoponeva all’assordante e continua serie di colpi del maglio. Esso poteva anche regolare l’afflusso dell’acqua variando in questo modo l’intensità ed il ritmo dei colpi, mediante una frizione comandata del piede. Prima dell’introduzione della frizione a pedale questa operazione era compiuta manualmente dal ‘brahchì’, un ragazzo che operava sull’asta di ferro e che regolava l’afflusso idrico a seconda dei cenni del capo fatti dal ‘maìhter’[1].
 
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La produzione delle fucine valtrumpline, oltre che nella fabbricazione di attrezzi agricoli era particolarmente orientata verso le armi da fuoco da quando nel 1509 Pietro Francino da Gardone introdusse un sistema per tirare sotto il maglio le canne degli archibugi, alleviando i fabbri locali della faticosa operazione di martellatura manuale di una piastra metallica fino alla curvatura ideale per creare una canna di fucile o pistola[2].
A conclusione di questo percorso è doveroso citare un altro dei siti museali di recente apertura che, anche se si trova in un centro della Valle non toccato dalla nostra ricerca, è un ottimo punto di riferimento per chi volesse approfondire l’indagine inerente le fucine: la fucina Sanzogni di Sarezzo, nella frazione Valgobbia. Con i suoi tre magli questa è un esempio notevole di piccola industria per la fucinatura dell’acciaio. Attiva fino agli anni Ottanta del XX secolo è stata mirabilmente recuperata con tutto il suo corredo di attrezzi, grazie alla sensibilità dell’Amministrazione di Ome. Insieme al Museo del Ferro e della Fucina di S. Bartolomeo a Brescia, essa rappresenta la conclusione ideale di quello che in tempi antichi non poteva essere interpretato che come un prodigio riservato a pochi e sapienti eletti: l’estrazione e la lavorazione del ferro, che il folklore ci ha tramandato nella sua inossidabile narrazione medievale rappresentante l’estrazione della spada dalla roccia.
 

 



[1] G. BONETTI, I canali industriali a Gardone V.T., Massetti e Rodella, Roccafranca, 2004.
[2] G. FOCCOLI, La cittadella delle armi, in Antologia Gardonese, Apollonio, Brescia, 1969.