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Nacque a Brescia il 23 maggio 1862. Suo padre, oriundo di Malegno di Valle Camonica, insegnava nelle scuole elementari del paese la madre dava qualche saltuaria lezione di pianoforte. Pare che la famiglia Canossi potesse vantare origini illustri; il poeta ricordava arredi domestici memori di antichi decori e, tra essi, il probabile stemma della casata fatto di un cane rampante con un osso in bocca. Forse è solo una fantasia, uno dei tanti pretesti del Canossi per ironizzare sulla sua povertà. Il poeta ebbe tre fratelli e una sorella. Uno dei fratelli , il più giovane, morì ad undici anni di difterite; la sorella entrò nell’Ordine delle Orsoline e fu Suor Maria Francesca. Nel corso dell’opera non intercorrono accenni espliciti ai famigliari, ma i temi più ricorrenti e particolari sono tre: le morti acerbe, la poesia e il dramma del chiostro e infine quello della madre, per la quale il poeta ha sempre nutrito un intenso amore filiale. Molto discontinuo negli studi, dopo aver superato con difficoltà la scuola secondaria si iscrive all’ università di Lettere a Firenze, ma dopo solo due anni se ne torna a Brescia dove si dedica alle attività di giornalista e pubblicista. Anche nel lavoro non riesce quasi mai a portare a termine le attività intraprese. Si dedica poi a scrivere poesie in Bresciano con le quali consegna in totale successo al primo congresso tenendosi a Milano nel 1925. Belle sono anche le liriche amorose che dopo aver conosciuto la donna più significativa della sua vita, Iole che decide di non sposare pochi giorni prima della data fissata per il matrimonio. Nel 1936 Angelo Canossi trasferisce il proprio domicilio a Bovegno dove trovò l’ambiente adatto alla sua età e alla sua attività letteraria e dove morì il 3 ottobre 1943. Canossi è un poeta di lingua locale non perché la usa, ma perché la riscatta dal pericolo del costumismo e della cronaca provinciale.