Parlare di lingua bresciana è una calcolata provocazione. Pur non appartenendo alle lingue
Ufficialmente riconosciute, l’idioma della terra bresciana e trumplina in particolare è un coacervo di termini celtici, galli, germanici con una forte accentuazione indigena. Così appare operazione astratta e riduttiva identificare il dialetto della Valle Trompia come un unicum privo di differenze; è infatti noto a tutti che il modo di esprimersi dei Lumezzanesi, per esempio, differisce notevolmente da quello degli abitanti di Concesio e che quest’ultimo idioma è diverso a sua volta da quello parlato a Pezzaze o a Collio. Dunque un dialetto ma con molte sfumature, parente del bresciano cittadino ma da esso anche notevolmente differente.
Uno degli elementi che contraddistingue la nostra parlata – che si va perdendo e imbastardendo sempre più – è il suo profondo radicamento nel dire popolare piuttosto che nel motto tra l’ironico e il rustico; la diffusione di detti e proverbi, che gli avi ci hanno tramandato sino a oggi, siano essi più o meno corrispondenti al vero (in genere lo sono), ha imbevuto i modi espressivi di molte generazioni, sino all’odierna scoloritura che pare consegnare il vernacolo alle pagine ingiallite di una cultura contadina e al contempo operaia o artigiana che a sua volta viene soppiantata dalla terziarizzazione del tessuto socio-economico.
Altro fattore che ai giorni nostri pure esiste ma è confinato ai margini di generazioni che vanno gradualmente defungendo è l’identificazione di ceppi famigliari mediante i soprannomi (scotöm), che ebbe origine in tempi nei quali i registri anagrafici dei paesi erano tenuti dalle parrocchie e numerose erano le persone con medesimo nome e cognome. E’ logico che in epoca di anagrafi elettroniche e informatizzate tutto ciò sia destinato ad assumere il sapore di un nostalgico vezzo.
Ma la nostra “lingua” è capace anche di formulare pensieri ed evocare emozioni con invidiabile capacità sintetica, sempre nel segno della sua grossolana eleganza, sicché certe nenie che le trisavole cantavano ai nostri nonni sono autentiche gemme di poesia; per non dire della maschia malinconia di talune liriche del Canossi, trumplino d’adozione, o di altre così beffardamente taglienti e inclini a sorridere di luce propria. Ma è nel popolare che si ritrova tutta la salsa di questo sapido dialetto, nelle filastrocche e nelle cantilene, nei canti del popolo fino alle riuscite rivisitazioni delle commedie dialettali portate sulle scene con successo da un buon numero di compagnie di attori dilettanti in tutta la valle. Una parlata del popolo e per il popolo: forse è proprio la scomparsa del popolo dalla scena italiana che ha minato, complice la pur positiva modernità, l’esistenza di un patrimonio lessicale che merita invece di essere preservato e tutelato come una qualsiasi opera dell’umano ingegno.