“….gelati del freddo e famati da lupo…”
 
La Grande Guerra dei prigionieri
nelle memorie di
FAUSTI SILVESTRO
 
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 Fausti Silvestro al fronte
  
 
Nella nutrita mole di pubblicazioni e studi sulla Grande guerra del 1915/18 in ambito locale, figurano oltre che al pionieristico lavoro di Antonio Fappani ( La guerra sull’uscio di casa), anche semplici pubblicazioni di lettere dal fronte conservate presso il provinciale Archivio di Stato, sia di soldati che di internati politici valtrumplini[1], spesso come appendice a pubblicazioni di maggiore respiro storico; si incontrano pure monografie di notevole pregio storiografico e sociale come l’ultimo lavoro di M. Abati e A. Peli del 1998[2], ma una buona porzione è occupata anche dai cosiddetti. Diari di guerra o di prigionia; riportanti i pensieri e le vicissitudini quotidiane di coloro che erano impegnati in questo immane conflitto.
Nel tentativo di fornire un modesto contributo alla memoria storica e sociale di quegli eventi, Valtrompia storica propone in versione esclusiva il diario di prigionia di Silvestro Fausti di Brozzo.
Nato il 2 Aprile 1881 a Brozzo di Marcheno, Fausti Silvestro viene arruolato per il fronte ancora all’inizio della guerra, è fatto prigioniero dagli Austriaci sulla Bainsizza il 24 ottobre 1917; per Silvestro inizia quella che viene storicamente definita la Guerra dei prigionieri.
Nessun paese è pronto ad accogliere quelli che D'Annunzio sprezzatamene chiamerà gli Imboscati d’oltralpe.
Nei campi di prigionia regnano il tedio, la fame e il degrado sanitario; spesso per sostituire gli uomini chiamati al fronte, i prigionieri vengono impiegati nell’agricoltura, nelle fabbriche o nei lavori pubblici. In particolare negli Imperi centrali la situazione nel 1916 è particolarmente drammatica: il blocco marittimo colpisce a fondo e la fame dilaga nei campi di prigionia da Mauthausen a Rastatt.
Di fronte ai suoi prigionieri l’Italia scrive la pagina più oscura di tutta la guerra: Lo spettro del tradimento è per il Comando supremo italiano una vera e propria ossessione. Le autorità non permettono lo scambio dei prigionieri. La Croce rossa è autorizzata a far pervenire aiuti solo agli ufficiali, mentre i soldati devono accontentarsi dei pacchi inviati dalle famiglie, spesso a loro volta ridotte al limite della sussistenza.
Sono proibite anche le raccolte di beneficenza a favore dei soldati presi prigionieri. Dopo la ritirata di Caporetto ( 24 ottobre 1917 ) queste misure vengono inasprite, con la chiara intenzione di “punire” i presunti responsabili della disfatta. Le conseguenze sono terribili: dei 600,000 prigionieri italiani almeno 100,000 non faranno più ritorno a casa e chi ritorna dovrà subire l’umiliazione di un nuovo internamento in campi di concentramento in Emilia, Toscana o Puglia e venire sottoposto a una serie di estenuanti interrogatori tesi a dimostrare che non si tratta di un disertore o che non è stato contagiato dal virus bolscevico.
Silvestro Fausti, con lucida semplicità, nel suo diario ben ci descrive la sofferenza e le privazioni di quel particolare periodo storico. Ancora lontane dalle prossime atrocità del secondo conflitto, ma drammaticamente attuali negli inevitabili flussi e riflussi della storia umana.[3]
 
 
Episodio della mia vita prigioniera in Germania- Fausti Silvestro.
 
 
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Da un mese di continuo mi trovavo sugli altipiani di Bainsizza,quando trovandomi come di solito toccava tutte le notti montar di vedetta nei posti avanzati; precisamente la mattina del 24 ottobre allo spuntar dell’alba i tedeschi cominciarono un forte bombardamento, un inferno, adirittura le trincee vennero rivoltate tutte come un campo arato, le bombarde e le granate arrivavano fitte come la tempesta sotterrando e sfragellando parecchi miei compagni. Trovai una roccia e mi rifugiai contro spettando di sicuro la misera mia fine e difatti il terreno e i sassi portati dall’aria delle bombarde ci sotterrarono quasi tutti.
Due compagni rimasero feriti gravemente. Anch’io presi un sasso sulla spalla che restai tramortito.
Feci l’atto di contrizione e attendevo la mia fin di vita. Quando ad un tratto cominciarono ad allungare il tiro con le bombarde.
Allora facemmo per dissotterrarci del materiale e qual sorpresa e spavento ci vedemmo già circondati dai tedeschi che gridano: Arrendetevi o vi bruciamo, mettendoci le loro armi incalate addosso.
Allora, non vedendo altro rimedio, alzammo tutti le mani e i fazzoletti bianchi, poscia dissotterrati del materiale ci presero innanzi con baionette in canna e avanti oltrepassammo le nostre linee già tutte rivangate.
Or si vedevano dei morti ora delle gambe ora dei bracci ora delle teste che avansavano fuori della terra, ora si sentivano dei forti lamenti dei feriti che chiamavano aiuto.
Era un macabro, una scena spaventosa. Non so come feci a non restar vittima che mentre si oltrepassava la linea ero già insiminito e mezzo pazzo dello spavento, le pallottole delle mitragliatrici fischiavano fra mezzo alle gambe. Un vero miracolo non ne presi nepur una. Mi doleva la spalla che avevo preso un sasso ma nemmeno ci badavo.
Avevo i piedi gonfi che mi aveva cominciato a congelare i piedi ma si camminava sensa badare a nulla.
Per compir l’opera cominciò a piovere a buon ora e piovette tutto il giorno. Ci radunarono in una vallata e quando fummo in un bel gruppo ci fecero partire per l’Austria sotto il tiro di qualche nostre cannonate che raramente sparava.
Su di una montagna e giù dall’altra si camminò tutto il giorno senza mangiare sotto l’acqua che cadeva a secchi che per la strada pareva un fiume.
La sera a tarda notte arrivammo in un campo circondato di reticolati e la ci cacciarono dentro come un branco di vacche quando si racchiudono in un mares. Là tutti bagnati in mezzo al fango che si andava giù fino a mezza gamba, stanchi e famati si cerca di sedersi ma dove in mezzo a quel fanghiglio ?
Finalmente cessa la pioggia e si serena. Allora i vestiti cominciano a gelare addosso e quindi si sta là battendo i denti del freddo.
 
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Viene il giorno e venne il desiderato sole che ci riscaldò un po’, poi si parte e si cammina tutto il 25 di mangiare non se ne parla si arriva la sera tardi in un altro campo circondato pure di reticolato e la stanchi e ancor più famati si corica a terra e si batte brochette.
Viene il giorno 26 si parte e si cammina tutto il giorno ma di mangiare non se ne parla mai.
Una fame e una stanchezza che non si poteva reggersi in piedi. Si scappava fuori della strada per i campi a raccogliere erba e foglie di cavoli, rape, carote ma non c’era da fidarsi tanto perché le guardie bastonavano e tiravano anche col fucile ammazzandone parecchi.
La sera ci mettono di nuovo in un campo come i primi e finalmente ci danno un mescolino d’orzo con abbondanti bastonate perché molti tentavano di prenderlo due volte. Alcuni ne riuscivano ma chi non poteva farla franca erano bastonate da orbi.
Molti ultimamente rimasero senza orzo poiché non ce n’era più. La mattina del 27 si parte sempre a piedi si cammina tutto il giorno con una fame da lupo.
Non potevo più reggermi in piedi e bisognava o camminare o bastonate. Se si poteva si scappava per i campi a rubare qualche rape o carote o cavoli ma sempre a rischio di bastonate o fucilate.
Molti restavano vittime la nei campi sopra le rape.

La mattina del 28 passeggiando nel campo per riscaldarmi un p’o’ con mia consolazione m’incontrai col Zanoletti Giovanni di Cesovo. Fu come una festa a trovarsi in due paesani: Facemmo voto di stare sempre uniti onde farci compagnia. Si partì di nuovo a piedi stanchi famati da lupi e si arrivò la sera del 28 dopo tanti stenti e fatica in un bosco. Ci siamo dati braccio col Giovanni Zanoletti e non potendo più ne l’uno ne l’altro reggersi in piedi del grande sfinimento ci facevamo coraggio e ci aiutavamo a vicenda per poter raggiungere e continuare il viaggio che dicevano esserci pochi minuti di strada per arrivare al bosco. Arrivati che fummo ci sdraiammo a terra ben vicini per tenerci più caldi, ma dopo un paio di ore che si riposava il freddo e la neve che cominciò a cadere ci fece alzare e si raccolse della legna per il bosco e si accese il fuoco.
Fattosi giorno dopo essere tutti bagnati gelati del freddo e famati da lupo.
Molti compagni però la in quel bosco dove si pernottò rimasero cadaveri gelati del freddo e periti per la fame.
La sera del 30 ci diedero un mescolo d’orzo e cavoli poi ci caricarono sul treno su carri scoperti e stretti che si reggeva in piedi l’un l’altro come sardelle all’olio, e così bagnati come s’era viaggiare la notte che si serenò che freddo che batter di denti! Si viaggiò 2 giorni e due notti in treno. Ci diedero una pagnocca al giorno in 8 di kg 1.800. Il giorno dei Santi si arrivò a Ges sfiniti della fame. La si stette fino il giorno di San Martino 11 novembre. Il mangiare era caffè la mattina un mescolo di mezzo litro di boia il giorno e un altro mescolo di acqua sporca di farina la sera.
Pane uno al giorno di kg 1,800 diviso in 10. Il giorno di San Martino si partì per Vormus, Si viaggiò 3 giorni e 3 notti in treno sempre in carro bestiame stretti come sardelle e rinchiusi a chiave. I propri bisogni ci toccava farli nel carro, era una latrina. Ci davano da mangiare una volta al giorno un mescolo di farinata e una pagnocca in 10.
 
 
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Arrivati a Vorms si andò nelle baracche e vi si stette fino il 13 dicembre ci fecero fare la quarantina ci fecero 6 iniezioni ci fecero dei bagni e delle disinfettazioni in quanto a questo sarebbe stata opera buona, ma che sa se ci facevano delle iniezioni per preservarci di malattia o per rovinarci il sangue poiché con l’andar del tempo molti divennero tubercolosi e sen morivano.
Si mangiava la mattina caffè ( ovvero acqua bollita) a mezzo giorno un mescolo di mezzo litro di acqua e carote, la sera un altro mezzo litro di acqua di carote o rape e una pagnocca di kg 1,800 in 12 al giorno.
Si dormiva su tavolacci sulle nude tavole con due coperte e carichi sempre di quella compagnia che marcia pian piano.
Non si poteva stare in piedi della fame. Qui quanti pensieri alla cara famiglia e dicevo la ci sarà da mangiare e qui io men muoio di fame. Nemmeno ci facevano scrivere a casa solo un pacco di cartoline ai primi ma stampate da loro cosi: Sono prigioniero in Germania. Sono sano: Addio. Non c’era nemmeno il mio indirizzo per poter avere la risposta. Il giorno 13 dicembre si partì per il lavoro in treno sempre carri bestiame. Si andò sul fronte francese dell’Alsazia Lorena, si viaggiò 4 giorni e 4 notti e si arrivò a Landifai, si andò in baracche dormendo su tavolacci sensa niente paglia con due coperte e il pastrano: Col Zanoletti Giovanni stavamo sempre vicini confortandosi incoraggiandosi l’un l’altro.
Il giorno 19 dicembre si cominiciò ad andare al lavoro. Si lavorava a far linee di strade ferrate che andavano al fronte francese. Qui freddo fame sotto la neve acqua vento sempre ogni giorno al lavoro e così sfiniti come si era molti svenivano e cascavano sul lavoro.
Molti la mattina quando si alzava per prendere il caffè si trovavano sui tavolacci belle cadaveri. Si mangiava un rangio al giorno un litro di mescuglio rape carote qualche pezzetto di patate neanche pelate qualche fava selvatica un po di farina cattiva e qualche volta qualche pezzetto di carne di cavallo che puzzava o baccalà o uova da ringa. Facevano una boia che noi ai maiali e alle bestie non la diamo o la facciamo più fitta e più buona, eppure noi la si mangiava come manna.
La mattina caffè ( acqua bollita) con 200 grammi di pane nero cattivo e pesante come il ferrro fatto con qualunque qualità di porcheria fuorché di farina. La sera di nuovo caffè con altri 200 grammi di pane. Così si passò l’inverno sempre pieni di pidocchi come le uova.
Finalmente il giorno 20 gennaio 1918 ci diedero una cartolina per scrivere a casa onde dare e chieder notizie e pacchi.
D’all’ora in poi ci davano 4 cartoline al mese per scrivere: Venne la primavere e ci davano invece di 400 grammi di pane al giorno ce ne davano 500, ma ci calarono il rangio, cioè più chiaro, un litro di acqua o cavoli sott’aceto o fagiolini sott’aceto o altra roba cattivissima con carote e rape. Queste erano tutti i giorni.
Non si poteva più reggersi in piedi e si moriva di fame: Per la gran fame si mangiava erba di cicorie o ridighìs o altre erbe e si ingoiava così cruda e di nascosto delle guardie poiché se vedevano erano bastonate e schiaffi. Si mangiava topi, sorci scorze di patate e di rape che si trovava nelle immondizie, lumachine si dava a tutta la porcheria che si poteva trovare.

Di paga si prendeva 30 centesimi al giorno quei giorni che si lavorava. Un giorno alla settimana si aveva riposo, ma era più tribulare che quando si andava fuori al lavoro poiché erano una quantità di riviste c’era di cucirci addosso, c’era da far la barba volevano la pulizia esterna mentre non si curavano di cambiarci la roba sotto per ripulirci dai pidocchi.
Per recarci sul lavoro ci mettevano per 4 e guai a chi si prendeva fuor di riga erano calciate di fucile o schiaffi: Sul lavoro sempre sorvegliati con baionetta in canna e guai a chi si allontanava solo qualche passo, avevano il coraggio di tirargli qualche fucilata.
Quante bastonate quanti schiaffi quante calciate di fucile che davano e perchè Trovandoci noi così sfiniti della fame e dimagriti non si aveva più forza di lavorare, un lavoro poi così pesante portando rotaie di ferrovie e così picchiavano per farci andare avanti.
Una vera crudeltà una barbarie. Agli 11 di febbraio poi ebbi la di sfortuna per me, e sciagura per lui di perdere l’amico e compaesano Zanoletti Giovanni. In due giorni morì di polmonite. Che dolore per me ad avere un paesano insieme e perderlo.
Mi restava un altro amico di Manerbio pure bresciano disgrazia volle anche questo morì lasciandomi così desolato. Mi ammalai pure anch’io per grande debolezza mi vennero le gambe gonfie e una rema addosso nelle midolla che non ero più buono neanche di camminare ero divenuto infermo. Marcai visita ma sempre mi davano servizio e la con gran fatica o andare a lavorare o rendere delle bastonate senza pane. Peggio che essere in galera condannato ai lavori forzati.
Finalmente il 22 giugno venne un capitano medico a visitare la compagnia facendoci spogliare tutti ignudi e allora vedendomi le gambe così gonfie mi mandò subito al Lazzaretto.
Quel giorno andammo all’ospitale in 42 della mia compagnia tutti per sfinimento organico per debolezza.
Avevo appena cominciato a ricevere notizie di casa ala metà di giugno ricevetti 4 cartoline e un pacchetto di pane.
Le cartoline portavano la data degli ultimi di marzo e dei primi di aprile 1918. Io tutto contento dicevo: Adesso che cominciano i pacchi ( dopo tanto desiderare e aspettare ) mi potrò tallonare un po’ e cavarmi la fame. Povero me! Fu per me un’illazione. Andato che fui all’ospitale ai 22 di giugno io non ricevetti più ne pacchi ne posta di casa.
Stetti all’ospitale fino al 26 di luglio poi andai al convalicenziario a Sedan ci stetti fino alla metà di ottobre. Allora un po ero guarito, proprio vero miracolo, poiché neanche all’ospitale e neppure al convalicenziario cura non ne facevano.
Era l’ostesso come se fossimo stati cani. Il signore mi volle bene e mi fece la grazia di guarire senza medicine. Il giorno 15 ottobre siccome i Francesi avanzavano venne l’ordine di sgombrare la città di Sedan dove ero al convalicenziario, allora mi mandarono i compagnia ma non più alla mia compagnia ma a un’altra e mi mandarono a Trasburch. questa compagnia era trattata più bene della mia che ero prima e poi a tutti arrivavano i pacchi e quindi molti il rangio che prendevano dai tedeschi non lo mangiavano e me lo davano a me, e così benché poco buono mangiavo a basta anch’io onde potei mettermi un pò in forza.
L’11 Novembre avvenne l’armistizio e finalmente i Tedeschi dovettero sgomberare l’Alsazia e Lorena e allora tutti quei barbari se n’andarono e gettando le armi si diressero per l’interno della Germania dove impiantarono fra loro una grande rivoluzione(15).
Dopo tante barbarità dopo tanta superbia il Signore e gli diede una grande sconfitta. Noi allora liberati da tanta schiavitù da tanto patire fummo come uccelli scappati di gabbia e fuori per la città e fuori per la stazione.
Il primo assalto che abbiamo fatto fu ad un magazzino di viveri e la fondando le porte tutti ci rangiammo a portar via roba di pasta farina galletta marmellata e altri generi facendo provvista in baracca per un mese e anch’io potei far cuocere e assaggiare pasta e polenta che non avevo ancora potuto assaggiare non avendo mai ricevuto nessun pacco di famiglia dopodichè la mia famiglia me ne avrà spedito una cinquantina di pacchi. E dove saranno andati tanti pacchi dove tanta posta che mi avevano spedito? Loro lo sapranno quei vigliacchi di tedeschi li hanno mangiati tutti ed io in 14 mesi ricevetti solo 4 cartoline e un pacco. Dunque dai primi di aprile del 1918 al 16 dicembre io rimasi sempre privo di notizie. Qual cordoglio per me ad avere moglie con 6 figli a casa ed anche fratelli e nipoti coi cari genitori nella vecchiaia.
Il 23 novembre partimmo dell’Alsazia e Lorena su automobili fino a Luneville poscia in treno fino a Nansì grande cità francese. La si stette circa una decina di giorni. Ci trattarono bene mangiare fin che si voleva pane bianco carne buona brodo eccellente vino. C’era di tutto e là si cominciò a rifocillarsi bene e prender forsa. La si scrivete a casa e presto arrivò la notizia a consolare la diletta famiglia la quale da ben 8 mesi lamentava di no saper più notizie di me.

Già mi avevano creduto morto. Trascorsi 10 giorni a Nansì e si partì per Lione dove ci cambiarono i vestiti a tutti poscia ci spedirono in Italia passando sull’alta Savoia indi a Modane giungendo a Torino passando per Genova Pisa e Firenze. Arrivati a Firenze anzi in un paese prima di arrivare a Firenze si fermò e si stette in un concentramento per 15 giorni a Fucheccio, indi passati tutti all’interrogatorio del come e del quando siamo stati fatti prigionieri ci mandarono finalmente chi in licenza chi in congedo alle nostre care case a baciare e riabbracciare dopo tanti patimenti dopo tante angoscie dopo tanto desiderare le nostre amate famiglie che a braccia aperte ci aspettavano. Io essendo classi anziane venni in congedo restando così per sempre unito alla mia cara famiglia alla diletta moglie (agli amati figli ed ai vecchi e venerandi genitori) che per ben 3 anni di dura e penosa separazione la guerra ci tenne divisi.

Sia Laudato e ringraziato il buon Dio e la beata vergine con tutti i santi che ascoltando le ferventi preghiere innalzate da tutta la famiglia ed eziandio da me, avemmo la grazia di poterci rivedere e unirci di nuovo onde alleviare e dimenticare tutte le sofferenze tutti i patimenti e tutte le angosce provate e contraccambiando così tutte le amarezza in tanta felcità.

Cari figli questo scritto conservatelo e quando sarete grandi rileggendolo potrete comprendere quali dure prove il vostro babbo passò in questa guerra, laonde non recargli dei disturbi essendo docili e crescere figli virtuosi ed uomini onesti.
 
Mi firmo Fausti Silvestro
 
 
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Il percorso del prigioniero Fausti dalla cattura al ritorno a casa
 
 
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[1] F. Bevilacqua : “ Gli internati politici a Gardone Val Trompia durante la prima guerra mondiale“ Comune di Gardone V. T.BS 1991
[2] M. Abati A. Peli: “I persichi e la gavetta” edizioni öfilì, Polaveno BS 1998.
[3] Si ringrazia la Signora Ruffini Flavia per la gentile concessione del testo integrale del diario del bisnonno.