GIROLAMO BERGOMI

Ferraglio
 
il-bandito-2.JPG - 31,66 kB
 
“Si ripete da tutti che in ogni tempo e in ogni paese,
per quanto bene ordinato, le leggi sono tela di ragno:
le mosche vi restano impigliate,
i bovi le rompono”[1].
 
 
Nel variegato ed irrequieto panorama della criminalità bresciana, all’inizio del XVII secolo, i Feraij (o Feraglij, Ferale, Feraglio) assumono un ruolo di spicco, quasi una funzione esemplificativa e riassuntiva del mondo della delinquenza, ed in specifico del ruolo di banditi, nel rapporto con la società e con le forze governative deputate alla repressione del crimine.
A caratterizzare le loro azioni non è tanto il tasso di violenza, condiviso da molte altre formazioni armate di fuorilegge, da singoli malviventi, ma anche dai nobili nei loro regolamenti di conti o faide, bensì da altri aspetti, primo fra tutti la durata temporale.
La famigerata banda guidata da Zuan Zannon (Zanzanù) al secolo Giovanni Beatrici, che tra il 1603 e il 1618 imperversò nella zona della Riviera di Salò operò per circa 8 anni; mentre la banda dei fratelli Sala a Feltre, anche se riguarda un periodo successivo (dal 1634 al 1642), sarà di 15 anni.
Lo spazio temporale operativo della banda valtrumplina sarà invece di 38 anni.
Inoltre, mentre la fine degli Zanon e dei Sala avverrà in modo cruento per mano della giustizia, non sarà così per quanto riguarda la banda Feraglio.
L’intervento della giustizia non sarà mai risolutivo nel tentativo di eliminare i malviventi, che proseguiranno nella loro azione per quasi quaranta anni, passandosi il testimone dal padre ai figli, tanto che alla fine i rettori di Brescia saranno costretti a scendere a patti con Alfonso Feraglio, per un accomodamento che sancirà una sostanziale sconfitta delle giustizia veneta.

La vicenda criminale di Girolamo Bergomi si inserisce nella feroce faida delle fazioni gardonesi polarizzata, da una parte intorno alla potente e ricca famiglia Rampinelli con i suoi numerosi sostenitori, e dall’altra intorno alla famiglia Ferraglio, meno potente ma segretamente sostenuta dalla famiglia Chinelli.
Il nostro Girolamo Bergomi viene bandito nel 1611 con altri tre uomini[2], e da questo momento comincia la sua documentata carriera di malfattore: probabilmente l’isolamento subito e le condanne lo spingono ad intraprendere la strada del crimine su ampia scala.
Costruirà una rete di fiancheggiatori, si assicurerà il sostegno di nobili ai quali garantire i propri servigi di sicario, praticherà il furto e la rapina, ed in breve assumerà una posizione di assoluto rilievo sul piano criminale.
Troviamo notizie su Girolamo in una sentenza emessa dai rettori di Brescia, datata 16 giugno 1612
“ sententiamo et condannemo che Geronimo Feraglio (et) Bortolo Stropiolo banditi sopradetti siano perpetuamente banditi di Bressa, et tutte le altre Città, terre, et luochi del serenissimo Dominio, terrestri, et maritimi, navigli armati, et disarmati, ”[3]
 
 
il-bandito-3.JPG - 48,01 kB
 
 
Come si può ben vedere, il salto di qualità è compiuto. Girolamo Bergomi, è ormai a tutti gli effetti divenuto un Feraglio e comincia a percorrere la valle taglieggiando gli abitanti più ricchi, contornandosi di elementi disposti a tutto. Il metodo operativo degli uomini del Feraglio verrà riproposto molte altre volte in occasioni diverse, anche da altre bande bresciane; i furti nelle case, sottoponendo i residenti a minacce, torturandoli e seviziandoli, per ottenere denaro ed altri beni sono spesso abilmente e cinicamente pianificati nella certezza che dolore e terrore sono strumenti ben più adeguati ad ottenere ragione della resistenza delle vittime rispetto alla semplice minaccia delle armi.
Probabilmente Girolamo non risiede più abitualmente a Gardone, ma sfrutta la rete di fiancheggiatori per avere a disposizione vari nascondigli, senza per questo allontanarsi dalla valle e non disdegna di passare oltre confine dove lavora in fucine per la costruzione di armi.
Non è più unicamente il capo di una fazione in un comune della valle, anche se interverrà ancora nelle faide di Gardone, ma è diventato il capo di una banda che ben presto estenderà la propria area d’azione a vaste zone della provincia, ricorrendo anche alle più devastanti armi come ci viene documentato dalle lettere ai Rettori veneti di quel periodo:”.. Hieronimo Feralio famosissimo bandito da Gardon con la sua Compagnia che sonno in grosso numero, il qual ogni giorno và comettendo infiniti eccessi in quei paesi di Valle, et vien ricetato, allogiato, et fomentato dai Chinelli da Gardon persone riche, et potenti, amici, et dependenti di detto Marchese, et particolarmente già un mese in circa detto Feralio con scienza et partecipatione del detto Marchese, et Chinelli, (nella notte fra il 4 e il 5 giugno 1618) fece una mina con alcuni barili di polvere, et foco arteficiato sotto alla casa di Andrea Chinello da Gardon odiato dalli altri Chinelli per amazarlo, parte de quali barili presono foco, et rovinò la mità della casa di detto Andrea, et se il resto della polvere pigliava il foco tutta la casa con le persone andavano in aria, si come di ciò è notorio in Gardone..”
I due figli maggiori di Girolamo, a quest’epoca rispettivamente di 18 e 16 anni, partecipano già attivamente alle malefatte del padre, e non assumono più come in passato solo la funzione di fiancheggiatori.

Per ovviare ad una situazione di difficoltà, padre e figli si sono rifugiati nel piacentino e, grazie alla loro abilità, hanno dato il via alla produzione di armi. Molti altri armaioli della valle emigravano durante i periodi di crisi nei paesi vicini dove, per le riconosciute capacità produttive ed innovative, erano molto richiesti.
L’atteggiamento di Girolamo e dei figli è però molto più scaltro, giungendo addirittura al rapimento per garantirsi abili maestri nella produzione.
Il capitano Duodo segnala al Consiglio dei Dieci che nonostante si trovino lontano dal territorio, i Feraglio sono in grado, grazie alla propria rete di controllo e ai famigliari rimasti a Gardone, di controllare e, dove necessario, minacciare e punire gli eventuali testimoni:”… tanto sono temuti in quella Valle, che volendo pur finalmente conseguire ad ogni modo il loro intento, risolsero di venire alla violenza, et alla forza, onde il dì XV del mese di decembre passato intorno alle duo hore di notte, Giulio sudetto figliolo di detto Geronimo, et un Luca da Inzì ancor lui bandito da questo stato, in compagnia di Marcolino da Marchè parente, e fauttore di essi Ferai, condotili alla casa dell’habitatione di Bertolino sodetto, et fattisi artificiosamente aprire col mezo de detto Marcolino e levatolo di casa lo condussero violentemente in quella di Giulio, dove li furono usate parole insolenti, e di minaccie per atterirlo, e poi come schiavo in deposito in una stalla nella terra d’Inzì. La medesima violenza usarono la istessa notte per l’istesso fine anco ad un Evangelista Pezor, che lavora di finir canne, se ben differente riuscita sortì nell’essecution poichè essendoli Bertolino astutamente fuggito di mano.”
Con la politica del terrore i Feraglio hanno ormai piegato la volontà degli abitanti della valle che soggiacciono alle loro vessazioni, incapaci di reagire anche in loro assenza per timore di spedizioni punitive organizzate da oltre confine, ma garantite dalla presenza del figlio Angelo e di uomini a lui legati.
L’eclettismo dei Feraglio permette loro di adattarsi senza alcuna difficoltà alla funzione richiesta dai padroni del momento, passando dal ruolo di bravi a quello di sicari, da quello di rapinatori a quello di estorsori.
Il richiamo della propria terra doveva essere comunque molto forte per i componenti della banda, sia perché, al di là di momenti di particolare pressione da parte degli uomini dei rettori, là si sentivano al sicuro grazie alla consolidata rete di appoggi costruita e alla facilità di trovare rifugio sulle montagne circostanti, sia perché la faida con la fazione rivale non era mai stata considerata conclusa.
Questo secondo motivo fu all’origine di un ennesimo scontro a fuoco avvenuto nel 1628: “Adì 16 detto (ottobre) A Gardone ad alcune tese di tordi (è probabile che si intenda in questo caso una postazione di caccia) il Ferraglio Vecchio, famoso bandito, assalta dette tese per ammazzar un Rampinello, ove poscia inseguito fansi una mano di archibuggiate con la morte solo d’un servitore de Rampinelli, che fu morto a dette tese trovato solo[4].
Questo scontro, ultimo di una lunga serie, potrebbe risultare quasi del tutto trascurabile, se non fosse per un’affermazione presente nel libro Atlante valtrumplino secondo cui Girolamo “Ferraglio Vecchio, famoso bandito” perse la vita in seguito alle ferite riportate[5].
 
 
il-bandito-4.JPG - 145,78 kB
 
 
Risulta singolare come la morte di un personaggio così pericoloso e famoso avrebbe sicuramente avuto un’adeguata segnalazione da parte dei rettori a Venezia. La fine di un uomo che per diciotto anni era riuscito a tenere in scacco la giustizia veneta, compiendo numerose azioni criminali, non avrebbe potuto passare sotto silenzio. L’uccisore o gli uccisori avrebbero avuto tutto l’interesse a farsi avanti per chiedere la riscossione delle taglie che pendevano sul capo di Girolamo e per ottenere i benefici che tale eliminazione comportava. Senza contare che la morte cruenta di questo feroce e imprendibile bandito avrebbe sicuramente avuto un’eco assai ampia nella valle a lungo tiranneggiata e presso i suoi numerosi nemici.
E’ pur vero che tra le fonti prese in considerazione non trovano più accenni a Girolamo Feraglio dopo il 1628, tanto che si può presumere che la sua morte possa essere avvenuta nell’ultimo scorcio degli anni ’20 del secolo. Ma vista la durata della vita media del periodo, soprattutto fra la popolazione povera, nulla vieta di pensare che possa essere morto anche di morte naturale (presumibilmente era ormai vicino ai sessant’anni, molti dei quali trascorsi nella disagevole situazione di criminale in fuga) o essere stato vittima della pestilenza che nel 1630-1631 devastò la provincia bresciana.
I figli di Girolamo avevano intrapreso la stessa strada del padre, con variegate imprese criminose alle quali abbiamo già accennato, spesso in combutta con lui; ma a partire dalla metà degli anni ’30 del 600 anche gli ultimi due figli, Giacomo e Alfonso, iniziarono la loro carriera criminale raggiungendo e nel caso di Alfonso oscurando, il mito paterno.
Il 27 settembre del 1638 Alfonso Feraglio, Defendo Parolaro, Francesco Belli venivano banditi per l’ennesima volta con l’accusa di essere stati gli artefici di una strage avvenuta il 30 settembre 1635 a Gardone Val Trompia. Dopo aver assassinato i fratelli Savoldi e averne martoriato i corpi, strappando gli occhi delle vittime, nella fuga successiva i delinquenti avevano mortalmente ferito altre due persone richiamate dai rumori della sparatoria e della colluttazione.
Due giorni dopo questa strage, la banda aveva assassinato due artigiani, Benedetto Cartello ed il figlio Bernardino. Quella che sembrava essere un’interminabile serie di scacchi ai danni della giustizia parve interrompersi nel 1642, quando il podestà Antonio Longo poté vantarsi per la prima volta di aver riportato un successo arrestando nella villa dei Martinengo a Villachiara Giacomo Ferraglio. Bisogna dire che Giacomo fu il primo ed unico Feraglio, per quanto si ha notizia, a cadere nelle mani dei rettori, che avevano possibilità di avvalersi dell’aiuto di 50 cappelletti ( Armigeri ) appositamente inviati in Valtrompia per contrastare il crimine.
Alfonso si rifugiò con la sua banda nella Trentina contea dei Lodrone, al di fuori della giurisdizione di Venezia, dimostrando di aver trovato molto presto altri nobili in grado di dargli protezione e rifugio.
Tuttavia piccole crepe si aprivano nel muro di omertà e paura che la banda aveva saputo per così lungo tempo mantenere compatto; la pressione esercitata dai ministri di giustizia, seppure sterile di risultati, era una dimostrazione che Venezia non lasciava inascoltate le richieste d’aiuto.
Un esempio di questo mutato atteggiamento lo ritroviamo in una lettera che alcuni maestri di canne inviarono al Consiglio dei Dieci per perorare la causa di un fuoriuscito, bandito nel 1623 su istigazione di Girolamo Feraglio che allora, grazie ai suoi potenti alleati, era in grado anche di influenzare le decisioni della giustizia.
Questa supplica degli artigiani gardonesi era allegata a una lettera dei rettori del 26 settembre 1645. Nella supplica era indicata nell’azione di Girolamo una delle cause principali della tormentata situazione valtrumplina:
Resa ancora più crudele a causa della situazione che sembrava farsi sempre più minacciosa, la banda Feraglio, cercò immediatamente di passare alla controffensiva avviando una nuova campagna di terrore, proseguendo nelle estorsioni mentre gli aiuti militari promessi da Venezia tardavano ad arrivare ed in alcuni casi gli stessi comuni, pur di garantirsi da eventuali scorribande, versavano preventivamente somme di denaro; mentre i più potenti tra i fautori non potevano essere coinvolti a causa del timore dei testimoni.
Ma qualcosa stava cambiando, e ci rimangono ignoti i motivi o i retroscena che spinsero Alfonso ad intraprendere trattative con i rettori di Brescia, ma un primo segnale di questo nuovo corso lo possiamo individuare in una nota dei diari dei Pluda: “Li Feragli et Rampinelli della terra di Gardone, banditi famosi ma nemici fra luoro, dapuo haver commesso per le Valli diversi homicidi, assaltamenti, condur huomini per cavar dinari tenendo in spavento la gente, havendo offerta di servir nelli presenti bisogni della guerra furno il mese di ottobre 1647 da 70 chiamati che venissero, concedergli, come si dice, indulgenza plenaria di tutte le colpe. Dio sà quello sarà[6].
A sancire la fine di questa era del terrore giunse al fine l’accordo col beneplacito di Venezia, ed il podestà lo comunicò il 9 aprile 1648: “Il negotio de Banditi Feragli, e Rampinelli fù maneggiato da me Podestà anco come Vice capitano con tutte le pontualità, che mi furon prescritte dall’infallibil prudenza di cotesto Eccelso Consiglio[7].

Per porre fine alle scorrerie dei gruppi di malviventi, sedare i tormenti dei Valtrumplini e le feroci faide tra fazioni a Gardone, ovviando alla situazione di disagio della popolazione e all’incapacità della giustizia di intervenire con efficacia, fu concordato di creare due compagnie armate “Feraglia et Rampinella”, che poste agli ordini della Repubblica dovevano combattere in Dalmazia e in Istria.
Questo accordo sottoscritto dal Consiglio dei Dieci, se da un lato pose termine all’emergenza nella Valle Trompia, non garantendo comunque mai una situazione di sicurezza stabile e duratura, dall’altro può essere interpretato come una sconfitta della politica di repressione del governo veneto e nella sua incapacità nell’istituire un apparato giuridico e poliziesco in grado di affrontare il terribile problema del banditismo su ampia scala.
Ottenere il perdono da Venezia era sempre stata una prerogativa dei nobili che, pure macchiatisi di gravi delitti, riuscivano grazie alle proprie conoscenze e influenze, a vedersi commutati i bandi in pene pecuniarie, o nell’offerta di servizio militare sotto la bandiera della Dominante, in modo da evitare le pene più severe.
Il fatto che un gruppo di uomini comuni fosse riuscito a tenere in scacco per quasi quaranta anni il governo veneto, ottenendo alla fine di scendere a patti senza subire sostanziali condanne, è indicativo delle difficoltà incontrate dai garanti dell’ordine pubblico e dell’abilità dei Feraglij nel condurre la propria personale guerra contro Stato, fazioni rivali e popolazione, ricorrendo anche all’aiuto di potenti protettori.
La vicenda di Girolamo Feraglio e dei suoi figli risulta quindi essere un’anomalia rispetto alla generalità delle vicende criminali del territorio Bresciano analizzate attraverso il vaglio dei documenti d’archivio a Venezia e a Brescia, sia perché mette a nudo le gravi lacune del sistema giudiziario e poliziesco della Serenissima non ancora strutturati per compiere quelle azioni di controllo e repressione tipiche di uno Stato che ha pienamente sotto controllo il territorio di sua competenza.[8]
 
 
Il-Bravo.JPG - 107,97 kB
 
IL BRAVO
G. Ceruti detto Pitocchetto
 
 
___________________________________________________________________________________________________
 
[1] P. Molmenti, I banditi della repubblica veneta, p. 237,
[2] Atlante valtrumplino. Uomini, vicende e paesi delle valli del Mella e del Gobbia, Grafo edizioni, Brescia, 1982, p. 62
[3] A.S.V., Capi Consiglio dei Dieci – Lettere Rettori e altre cariche, Busta 27, 16 giugno 1612
[4] Diari dei Bianchi, p. 304
[5] Atlante valtrumplino, p. 62
[6] Diari dei Pluda, pp. 404-405
[7] A.S.V., Capi Consiglio dei Dieci – Lettere Rettori e altre cariche, Busta 31, 9 aprile 1648
[8] La redazione ringrazia sentitamente il dott. CARLO RIZZINIper la gentile concessione alla pubblicazione di estratti del materiale contenuto nella sua tesi di laurea:“Tra nobili, bravi e banditi: la criminalità nel territorio di Brescia nel primo trentennio del Seicento” UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI MILANO Facoltà di Lettere e Filosofia. Anno Acc. 2002-2003