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Forno fusorio di Tavernole
 
Come abbiamo già visto nel precedente capitolo, se tralasciamo le recentissime attività estrattive della Miniera Prealpina, il resto della produzione mineraria è quasi completamente costituito da siderite (carbonato di ferro), ottimo minerale ferroso in quanto possiede una percentuale di metallo utile tra il 40% e il 60%. Le miniere della Valle estraevano dunque siderite, la quale, prima di poter essere trasformata in acciaio e impiegata a scopi industriali, doveva subire una serie di lavorazioni.

La prima di queste era la torrefazione, cioè la cottura ad una temperatura di 900° del minerale che tramutava il carbonato di ferro in ossido di ferro. Tale operazione veniva realizzata direttamente nelle immediate vicinanze delle miniere, in piccoli forni a carbone di legna detti ‘regane’, costruiti con blocchi di pietra locale resistenti al calore. Solamente dopo questa operazione di riduzione e ossidazione il minerale poteva essere portato al forno fusorio per la fusione e la trasformazione in ghisa.

La Valle Trompia spicca per la sua ottima legislatura mineraria, ma rivela scarso controllo amministrativo sulla conduzione dei forni, a differenza della vicina Valle Sabbia, priva di miniere e quindi più attenta alla gestione economica dei processi di fusione. A parte il caso di Collio, il cui comune era direttamente proprietario di un forno, per il resto della Valle Trompia la legislazione riguardante i forni non raggiunge lo stesso livello di quella dei suoi statuti minerari[1] .
Come le miniere anche i forni appartenevano a imprese dette ‘compagnie dei forni’ composte da un certo numero di azionisti (‘socij’ o ‘compartecipi’) i quali detenevano porzioni di proprietà dette ‘quarti’. Quando un comune non possedeva un forno suo, poteva far parte di una compagnia con gli stessi obblighi e diritti degli altri compartecipi.

La parte più delicata del funzionamento di un forno fusorio era la ‘presura’ cioè l’accensione; tale operazione veniva posta all’incanto e vinceva chi offriva il prezzo più basso. La ‘presura’ poteva durare anche quattro giorni e quattro notti senza interruzione, si doveva utilizzare ottimo carbone per 1/3 di legna di faggio o rovere e 2/3 carbone di conifere (legna resinosa). La seconda fase durava dieci giorni e dieci notti per ottimizzare il riscaldamento del forno e avviare la produzione della ghisa. I ’maestri’ addetti sia alla costruzione che alla presura dei forni bresciani o ‘alla bresciana’ fino all’inizio dell’ottocento erano molto ricercati anche fuori dai confini nazionali per la loro maestria e i ‘cannecchi ‘ cioè gli altoforni bresciani erano molto apprezzati. La ‘presura’ era quindi un’operazione molto complessa ed un avviamento laborioso durante il quale il consumo di carbone era presumibilmente molto elevato, mentre le cariche di minerale dovevano essere moderate e graduali con una modesta produzione di ghisa. Anche la posizione del forno doveva essere poco distante dai centri di estrazione, per le notevoli difficoltà di trasporto della materia prima nonché per la fornitura del combustibile, e prossima ad un corso d’acqua che garantisse un flusso idrico notevole e costante per tutto il tempo di funzionamento detto ‘campagna’[2].

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La necessità di rispettare questi criteri portò ad un unico modello costruttivo e ad analoghi criteri localizzativi per i forni dell’Alta Valtrompia. Nel ciclo di lavorazione del ferro la funzione dei forni era centrale, sia da un punto di vista geografico, trovandosi a metà strada tra le miniere e le fucine, sia dal lato tecnico, svolgendo l’operazione di ‘prima fusione’ per la trasformazione del ferro spatico, cioè a struttura cristallina, in metallo lavorabile.
Il minerale precedentemente torrefatto a 900°C nelle ‘regane’ veniva versato a strati insieme al carbone nell’imboccatura superiore di questa grossa torre quadrangolare in blocchi di pietra locale impastata con malta refrattaria e, scendendo lentamente verso il ‘ventre’, il minerale raggiungeva la temperatura necessaria (1.300°C) per fuoriuscire dal crogiuolo in forma liquida. In questa operazione il minerale liberava una notevole quantità di parti non metalliche sotto forma di gas o scorie dette ‘coppe ’ e il peso della ghisa ottenuta era inferiore del 50-55% rispetto a quello del minerale introdotto. Il forno era struttura industriale complessa e attorno ad esso gravitavano depositi di minerale (venali) depositi di combustibile (carbonili) e quanto altro ancora necessitava al suo funzionamento.
Il numero di altoforni trumplini subì nei secoli una lenta e costante diminuzione. Oggi di essi non rimangono che alcune tracce, in quanto vennero sostituiti da impianti più moderni introdotti dalla rivoluzione industriale e fabbricati nella Media e Bassa Valle. La toponomastica ci restituisce però alcune di queste localizzazioni: è il caso della Via Forno Brolo (stradario di Bovegno) o la Cascina Fornace di Marmentino (CTR 1600/5067) ancora il Dosso Fornasì a Collio (IGM 05/75) o la Via Forno Fusorio (stradario di Tavernole), la quale conduce a un mirabile esempio di recupero del forse più grande e completo altoforno a carbone di legna esistente sul territorio nazionale. Chiuso alla fine dell’ottocento e trasformato in segheria, il Forno Fusorio di Tavernole, già presente sulle mappe medievali e poi ristrutturato dall’industriale Francesco Glisenti di Villa Carcina, è giunto fino a noi praticamente integro nella sua versione ottocentesca.
Notevole è stato lo sforzo della comunità tavernolese che si è sobbarcata buona parte degli oneri del recupero, ma i risultati sono ormai ammirabili da tutti; aperto al pubblico nel 2003 il Forno Fusorio di Tavernole è ora una tappa fondamentale per il sistema museale della Valle Trompia, come centro espositivo, culturale e museale.
Oltre che un monumento significativo nel panorama del patrimonio storico-industriale italiano, il Forno di Tavernole rappresenta anche una tappa essenziale nell’ideale itinerario europeo del ferro che dalle miniere etrusche di Baratti (GR) porta, attraverso Tavernole e le valli bresciane, alla Carinzia e alla Stiria, poi alla Ruhr, per diramarsi verso la Francia, l’Inghilterra e il nord Europa, fino alla Svezia, dove sono stati ritrovati i resti di quello che si ritiene il primo altoforno europeo. Oggi il Forno di Tavernole deve essere visto come una stupenda cattedrale di una cultura industriale e un ingegno tecnico che appartengono di diritto all’archeologia industriale di più alto livello internazionale. 


[1] P. BONETTI e V. RIZZINELLI, 1982, op. cit.
[2] U. TUCCI, L’industria del ferro nel 700 e la Valtrompia, in C. BARBAGALLO,Ricerche storiche ed economiche in memoria, Editrice campana, Napoli, 1970.