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Si dice che un tempo, sull’altopiano di Caregno, vivessero due giovani pastorelli.
Essi passavano le giornate a custodire le greggi al pascolo lungo le impervie coste rocciose dei Corni Rossi.
Il giovane, mentre teneva d’occhio i suoi animali, era solito suonare il suo piffero, costruito con la corteccia di castagno, seduto sotto il verticale torrione della Corna Rossa.
Era figlio del guardiano della valle del Borgatto (tuttora sta dritto di guardia sulla balconata rocciosa della "Córne" di Caregno). Padre e figlio dimoravano nella cascina della Buca, dove ogni sera lavoravano il latte, per produrre formaggio e burro. Vivevano entrambi una vita serena e piena di soddisfazioni.
La ragazza, invece, pascolava le sue greggi lungo le pendici del Corno Lividino. Stando seduta sulla cima del monte, poteva controllare i suoi agnelli, ammirare le montagne e le vallate della Valle Trompia, spaziando lo sguardo fino al lago Benaco.
Da tempo adocchiava il giovane pastorello e rispondeva al suono del piffero con un canto melodioso.
Aveva un colorito rosa, due occhi azzurri pari al cielo che le stava sopra la testa, lunghi capelli splendenti come il sole ed una pelle morbida e liscia, che parea seta.
Si diceva che era figlia di una fata e di un folletto del bosco del Dignù. Essi vivevano nella grotta delle Dàne, al margine delle Corne di Caregno, poco distante dalla cascata del Madù.
Accadde che un giorno i due giovani si incontrarono, e rincorrendosi nei prati di Caregno, finirono per trovarsi abbracciati, nascosti dai cespugli di nocciolo delle Piazzole di Polvere.
Erano felici e, sentendo tra loro un gran sentimento d’amore, decisero di sposarsi. La ragazza indossò, come velo da sposa, il manto della cascata del Madù, che candido copriva la roccia. L’aveva preso in prestito la madre, per far sì che la figlia fosse la più bella.
Vivevano felici. Ogni tanto si inoltravano nella grotta della Scaletta, fatta a forma di libro semichiuso, per leggere sulle pagine di pietra le poesie e le storie che gli antichi avevano scritto.
Ogni giorno pascolavano le loro greggi, ora più numerose perché unite, suonavano e cantavano felici, intrecciandosi in abbracci d’amore.
Un giorno, mentre erano intenti a leggere un’intensa storia d’amore dal libro di pietra, una fata che lì appresso dimorava, un po’ per gioco, un po’ per invidia, trasformò i due giovani: lui in una fulva volpe, lei in un grazioso e svelto scoiattolo, lasciandoli imprigionati per sempre tra le pagine del libro di pietra.
Si dice però che, passando in quei luoghi nelle fresche giornate di primavera, si senta ancora, ma solo se si è molto attenti, il suono del piffero e il canto melodioso dei due innamorati.
Altri, stando ben nascosti in silenzio negli anfratti della "Ràl dèle Tasére", giurano di aver visto una volpe e uno scoiattolo rincorrersi felici. Chissà chi avrà ragione!
 
 
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