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L'immagine era parecchio sfocata e di non facile decifrazione. «Che buffi bambini! “I tre moschettieri”, ecco cosa mi ricordano!'».
Eccitati dalla scoperta, i ragazzi cominciarono a passarsi le quattro lastre gli uni con gli altri, finchè Maria notò un particolare: tutti i vetrini recavano in basso a destra una sigla quasi impercettibile, una specie di ovale con inscritto una sorta di pettine rovesciato.
Per risalire all'identità dell'autore delle fotografie e chiarire il significato del monogramma, i tre decisero di chiedere aiuto alla signorina Catina Foccoli, antica proprietaria del 'Conventino', che faceva la perpetua in provincia e aveva mantenuto in usufrutto una stanza della casa e proprio in quei giorni estivi soggiornava ad Aleno.
Catina riconobbe subito nella sigla la firma di suo fratello Ottorino, e si commosse: gli intensi occhi azzurri si velarono di lacrime, mentre rievocava i pomeriggi delle estati dal 1900 al 1906, in cui Ottorino si era dedicato a fotografare i suoi famigliari e i contradaioli su quelle lastre trasparenti, spennellate di una soluzione fotosensibile di sali d'argento.
Il giorno dopo i tre ragazzi tornarono in soffitta, fecero luce aprendo la finestra, controllarono nella scatola, ma alcuni personaggi erano scomparsi dalle loro lastre
fotografiche preferite. Come era possibile? Quelle foto erano le medesime del giorno prima, oppure no? Oppure tutti e tre ricordavano male?
Allarmati, scesero in casa e uscirono in cortile, dove videro in carne e ossa colui che avevano ribattezzato “l'uomo dallo sguardo fisso”; questi stava tastando i mattoni del muro della cucina.
Ad un certo punto uno dei mattoni si spostò e lasciò intravedere un passaggio segreto.
Batista, muovendosi con l’agilità di un folletto, si aggrappò alla gamba del personaggio e venne trascinato in un varco spazio-temporale.
Un vortice nero li travolse: nel tunnel Batista intravide degli orologi di tutti i tipi, dal pendolo di legno a quello a cucù, al modello da taschino.
Maria si gettò subito all'inseguimento del fratello, mentre Fernando, timoroso, esitava; allora lei lo afferrò per un braccio e lo trascinò con sè.
I tre provarono una forte scarica di adrenalina e di paura, sentendosi come frammentati in tanti piccoli cubi.
Questa sensazione durò pochi secondi: quando si riebbero dallo spavento, si guardarono intorno, ancora frastornati, e si trovarono in un luogo che sembrò loro assai famigliare: sotto un portico passeggiavano dei monaci con una tunica nera, cintura stretta al bacino e sandali; subito dietro, il personaggio che stavano inseguendo.
Il sole era alto nel cielo: probabilmente era mezzogiorno. I ragazzi seguirono i monaci per il monastero, nascondendosi dietro la mobilia in legno e le colonne in pietra.
Entrarono nel dormitorio, che accoglieva semplicemente due file di letti a castello dotati di scalette a pioli per salirvi sopra; ogni giaciglio era composto da un pagliericcio e da un lenzuolo di rozzo cotone. Su un tavolino, appoggiato al centro della parete lunga, erano posate delle candele quasi completamente consumate. I monaci sistemarono i letti e uscirono senza accorgersi dei ragazzi. Poi i monaci entrarono in cucina. I ragazzi entrarono con loro: videro una dispensa straripante di ortaggi e al centro del focolare un pentolone appeso con un gancio a tre pali di legno legati insieme. Ai piedi del caminetto era appoggiata un’olla di terracotta smaltata piena di strutto, che il cuoco del conventino doveva spesso usare per condire in economia le varie pietanze.
C'era nell'aria un buonissimo odore di minestrone fatto con carote e altre verdure provenienti dagli orti di Aleno, che i monaci con pazienza e costanza lavoravano nella
bella stagione, alternando la dura attività agricola ai numerosi momenti di intensa preghiera che la regola prevedeva. Sulla tavola nuda del piccolo refettorio, su cui la
cucina si affacciava direttamente, erano disposte caraffe di coccio piene di vino Clinto, qualche umile stoviglia di uso quotidiano in ceramica grossolana, piatti di varie fogge e dimensioni, brocche per attingere l’acqua dal pozzo del cortile e servirla alla povera mensa, tozzi di pane raffermo prodotto con il frumento macinato all’interno del convento stesso.
 
 
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Batista, muovendosi, fece sbadatamente cadere alcune delle posate in legno adagiate all’estremità della tavola e i monaci si accorsero di loro. I tre, presi dallo smarrimento, cercarono di dare spiegazioni: «Noi veniamo da un'altra epoca. Abbiamo trovato delle lastre fotografiche e il giorno dopo alcuni personaggi sono fuggiti dai vetrini. Siamo arrivati in quest'epoca, ma non sappiamo come catturarli».
I monaci, tra l’incredulo e il divertito pronunciarono qualche incerta domanda: «Qui sunt isti? Quid nobis dicunt? Unde veniunt ac quas novas vestes portant! » Poi rivolgendosi ai tre amici: «Quid in hoc loco facitis? Nostra est regula “Ora et labora” quam nobis dedit Sanctus Benedictus…» Con rapida intuizione, l’acuto Battista riuscì a farfugliare una maccheronica risposta: Nos tres …habemus fotos … cum feminis et hominibus, sed illi fugerunt et …non scimus … quomodo eos captare…!» Uno dei monaci pronto spiegò: «Neccesse est vos uti machina ad captandas umbras» … per catturare le figure mancanti essi dovevano usare una particolare macchina in grado di imprigionare le ombre.
I ragazzi uscirono dal varco e cominciarono a cercare l'oggetto che era stato loro indicato. Si misero a frugare tra gli scatoloni in soffitta, ma invano. Erano ormai piuttosto demoralizzati, quando Batista inciampò nelle stringhe delle scarpe e cadde addosso ad un baule un po' più piccolo di quello in cui avevano trovato le lastre: cautamente i ragazzi l'aprirono.
Estrassero una macchina fotografica di dimensioni mediopiccole, alta all'incirca 15 centimetri. Essa era dotata di un rivestimento in resistente pelle marrone con un piccolo manico, che ne faceva un comodo
modello portatile. L'obiettivo era estraibile mediante un meccanismo a soffietto in pelle nera; girando una piccola rotella dentata, si faceva scorrere l'obiettivo su di un carrello secondo la distanza desiderata:
tale messa a fuoco prevedeva una scala graduata compresa tra 2 metri e "infinito". La lente poteva anche essere inclinata e spostata in orizzontale.
La fotografia veniva scattata attraverso l'attivazione di un grilletto. Osservando attraverso il mirino, appariva il soggetto inquadrato perfettamente ribaltato, “gambe all'aria”. Le immagini venivano impresse sulla lastra, posizionata in un apposito cassettino estraibile, situato sul retro dell'apparecchio. Il marchio di fabbrica, "Zeiss-Ikon” era impresso sul rivestimento esterno della macchina.
Maria prese con delicatezza la macchina e controllò che non fosse visibilmente danneggiata; poi andò a prendere le quattro lastre orfane dei personaggi. I ragazzi si avviarono per la contrada e per qualche ora cercarono i fuggitivi dappertutto, interrogando anche conoscenti e vicini; tutto fu inutile.
Proprio quando stavano per essere presi dallo sconforto, Fernando ebbe un'idea: «Andiamo a cercare nei posti in cui sono state scattate le foto».
Si recarono dunque nuovamente al Conventino, ma non videro traccia dell'uomo dallo sguardo fisso.
Batista ebbe però un'intuizione: entrò nella saletta e puntò l'obiettivo verso la parete al fondo, nello spazio idoneo per posizionare il lenzuolo che fungeva da sfondo, e lo vide: era lì, perfettamente immobile, con il fiato sospeso. Agitato, Batista ordinò a Maria: «La prima lastra, presto!». Estrasse il cassettino, vi infilò il vetrino e rimise la parte rimovibile in posizione; mise a fuoco e scattò. Per controllare che l'uomo dallo sguardo fisso fosse effettivamente 'rientrato' nella lastra, i ragazzi entrarono in tinello e provvidero a chiudere porte e finestre, tenendo accesa solo una lampada: sapevano che le fonti di luce danneggiano il procedimento di impressione dei vetrini e non volevano rovinare l'immagine. Dopo alcuni minuti, sulla lastra cominciò a delinearsi l'immagine dell'uomo dallo sguardo fisso: missione compiuta!
Restavano però ancora tre figure da catturare...
Di corsa si recarono in paese, davanti all'ufficio comunale. Dovevano individuare il bambino infiocchettato, così Fernando prese la macchina dalle mani di Batista e la puntò verso l'edificio; vide il bimbo, agghindato con giacchetta, pettorina e cappellino, che piagnucolava: «Aiuto, voglio rivedere i miei amici, mi mancano!». Fernando gli disse: «Va bene, stai fermo!». Inserì la seconda lastra nella macchina e scattò.
Poi salirono in località Piazze. Giunti di fronte al piccolo roccolo, Maria puntò la macchina, ma non vide nulla. Che la bimba e il cane fossero altrove? Batista ebbe un'idea: «Cerchiamo le orme del cane! Grosso com'è, avrà pur lasciato qualche traccia!».
Così fece, ed individuò una scia che portava dritto fino al retro del roccolo: lì videro il grosso pastore scozzese che giocava con la bimba dall'abito vaporoso.
Tale fu la sorpresa che sembrò loro di sentirlo abbaiare! Rapidamente infilarono nella macchina una lastra dopo l'altra e riportarono cane e bambina nelle rispettive immagini.
Per conservare un ricordo di questa loro incredibile avventura, Fernando, Batista e Maria chiesero al maestro del paese, appassionato di fotografia, di poter stampare su carta una copia da ciascuna lastra. Visitarono così l'amatoriale camera oscura allestita dal loro insegnante: una stanza completamente buia, in cui riuscirono a malapena a distinguere le vaschette per il trattamento delle stampe e la pinzetta per manipolare la carta, prima di uscirne di corsa per il fastidio provato a causa dell'inalazione di prodotti chimici per il fissaggio.
Quell'odore, anche dopo anni, gli rimaneva nel naso, ogni qual volta pensavano a quella straordinaria avventura...
 
 
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Letteratura scientifica presente in internet
http://www1.popolis.it/abbazia/areaS.asp?sez=12

Giancarlo Andenna, Militare Deo. Il monachesimo benedettino in età carolingia.
Angelo Baronio, Il "dominatus" dell'abbazia di San Benedetto di Leno.
Giles Constable, Monaci, vescovi e laici nella campagne lombarde del XII secolo. (traduzione di Roberto Bellini)
Paola Trotti, Il monastero a Leno nella storia.
Saggi e ricerche storiche
Carlo Sabatti, «Il Medioevo», in V. Rizzinelli-C. Sabatti (a cura di), Marcheno nella storia e nell'arte, La Compagnia della Stampa 2004, pp. 23-27.
VincenzoRizzinelli, «Note di toponomastica», in V. Rizzinelli-C. Sabatti (a cura di), Marcheno nella storia e nell'arte, La Compagnia della Stampa 2004, pp. 13-15.
 
Articoli di giornale
Giuseppe Spatola, “Come eravamo un secolo fa. Ecco le foto che lo raccontano. In una soffitta trovate le lastre di un pioniere del clic”, Corriere della Sera Lombardia, domenica 27 marzo 2011.