Scuola Secondaria di Primo Grado “F. Bertussi” di Marcheno classe 1° B, insegnanti Elsa Rizzinelli, Norma Zubani, Maria Antonietta Marcianò, con l’elaborato “Avventura al conventino”.

 

 conventino-web.jpg - 23,91 kB

 

Un giorno d'estate del 1906 Ottorino Foccoli, un elegante giovanotto di 22 anni, abbastanza alto, dalla corporatura snella, con carnagione scura, capelli castani e corti, occhi scuri e naso largo, vestito con un completo grigio gessato con camicia bianca e fiocco coordinato al collo, secondo la moda del periodo, arrancava per le viuzze strette della contrada Aleno, frazione del paesino di Marcheno, in Valle Trompia. Ottorino era un ragazzo curioso ed intelligente, amante delle novità; amava distinguersi dagli altri membri della sua famiglia, i Foccoli, che erano detti “bombasari” (dal termine dialettale “bombas”, che indica il bombice cioè il baco da seta e quindi la bambagia), in quanto mercanti in affari con la Repubblica di Venezia, in grado di scambiare canne di fucili e acciarini con pregiato cotone: lui aveva studiato, dapprima in seminario a Brescia e poi a Bergamo, presso il prestigioso liceo classico “Paolo Sarpi”. Voleva fare il giornalista, Ottorino, mica il funzionario, come il padre Giacomo, che per quarant'anni aveva
lavorato presso la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta di Gardone V.T., guadagnadosi numerosi attestati di stima. Per ora Ottorino si dilettava di fotografia, arte nuova e poco conosciuta, di cui aveva imparato i rudimenti in seminario. Amava particolarmente dedicarvisi quando si recava in visita ai genitori presso la casa padronale dei Foccoli ad Aleno, chiamata “Conventino”, per una vecchia storia di monaci , abbazie, benefici, che al nostro giovane non interessava molto, perchè troppo ammuffita, poco “moderna”. In realtà anche ad Inzino, dove la famiglia aveva una casa in affitto dal 1884 e dove Ottorino viveva praticamente dalla nascita, c'erano soggetti interessanti da riprodurre, ma Aleno era luogo decisamente più pittoresco.
Eccolo giunto sulla soglia di casa: lì lo attendeva il padre Giacomo, un signore distinto di media statura, tarchiato, con il viso segnato dagli anni e da una certa noncuranza del corpo; aveva occhi piccoli e spesso socchiusi, naso largo, barba folta e lunga, divisa in due, che gli era valsa il soprannome con cui era chiamato in famiglia: “Barba”, appunto. Segno distintivo che lo caratterizzava era l'orologio da taschino che portava attaccato alla giacca mediante una catenella.
Non appena Giacomo vide il figlio, gli chiese per l'ennesima volta: «Ottorino, perchè passi tutto il tuo tempo libero a scattare fotografie? Dovresti pensare a trovarti un lavoro per guadagnarti da vivere: noi genitori non saremo sempre qui ad aiutarti!». Ottorino rispose: «Caro padre, la mia passione resterà sempre la fotografia, ma se questo è il vostro desiderio, io mi impegnerò a cercarmi un lavoro come giornalista. Lasciate però che io scatti un'ultima immagine, come fece il padre di questa nobile arte, Joseph Nicéphore Niépce prima di morire».
Giacomo accennò un sorriso sotto la barba, divertito dall'atteggiamento melodrammatico del figlio, e aggiunse: «Dimmi almeno cosa trovi nella fotografia!». Il giovane si fece serio e rispose: «La fotografia ci permette di intrappolare ricordi o immagini che possono rimanere nel tempo e permetterci in ogni momento di rivivere ciò che abbiamo fatto in passato».
Quel giorno Ottorino scattò l'ultima foto ad un giovane di Aleno che desiderava un ritratto. Compì con meticolosità le operazioni consuete: appese un telo bianco al muro del tinello, suggerì al giovanotto di mettere le mani in tasca e di appoggiarsi ad un tavolino posto alle sue spalle e gli ricordò che sarebbe dovuto rimanere immobile per quattro o cinque minuti, altrimenti l'immagine sarebbe risultata irrimediabilmente sfocata. Terminata la posa e congedato il paesano, Ottorino raccolse tutte le lastre e le portò in soffitta, dove le mise in un baule e le appoggiò su uno scaffale. Rivolse un ultimo sguardo al frutto delle sue ambizioni giovanili: era giunto il tempo di pensare alla sua vita da adulto.
Un giorno d'estate del 1954, Fernando, un ragazzo di circa 12 anni, alto, magro e moro, dalla carnagione abbronzata, vestito con calzoncini corti e una camiciola leggera, arrancava per le viuzze strette della contrada Aleno, frazione del paesino di Marcheno, in Valle Trompia. Era diretto al cortile della casa dei suoi amici Batista e Maria, due fratelli con cui era solito trascorrere il pomeriggio giocando a nascondino, a prendersi e a “ciche”: nel lancio di queste biglie di terracotta, fatte essiccare al sole, Fernando si scatenava, nonostante fosse di indole timida e anche un po' fifona. La contrada Aleno era battuta dal sole. Le case in pietra dell'antica castellanza offrivano un fresco rifugio alle donne impegnate nelle faccende domestiche; le porte erano aperte e i panni, freschi di bucato, erano stesi sui fili tesi da una finestra all'altra.
 

 conventino-2-web.jpg - 27,92 kB

 

Fernando intravide il profilo del porticato dell'abitazione di Batista e Maria, il cosiddetto “Conventino”, così chiamato perchè era stato sede, un tempo, del monastero dei frati benedettini di Leno. Fernando pensava sempre con stupore a quanta strada essi avevano fatto, dalla casa madre situata nella Bassa bresciana fino a lì, probabilmente attirati dalla possibilità di piantare vigne sui pendii marchenesi e di ricavare legna dai boschi situati a breve distanza, vicino al fresco torrente Vandeno. Gli faceva una grande impressione immaginare che in quell'edificio, nel cui cortile ora si ritrovavano a giocare ogni volta almeno venti bambini di famiglie diverse, un tempo vi fossero celle e magazzini dei monaci, cucina e refettorio, e pure un cimitero, dove seppellire i defunti.
Della chiesetta, invece, dedicata a S. Pietro e per un certo periodo unico riferimento religioso per Marcheno e Cesovo, non rimaneva alcuna traccia, se non il grossolano perimetro, ora occupato da un orto, situato sul retro del convento. Mentre era assorto nei suoi pensieri, gli piombarono alle spalle Batista e Maria. Il primo aveva circa 13 anni, era alto con i capelli scuri ed era un tipo spavaldo e coraggioso; gli piaceva vestirsi con una certa cura, sebbene possedesse abiti modesti, e amava indossare un paio di robuste scarpe di cuoio; Maria, intelligente ed affettuosa, aveva 11 anni, era bionda e sottile e quel pomeriggio indossava una gonna rossa e un paio di sandali.
I due fratelli afferrarono Fernando per le braccia, stringendolo in una morsa; lui tentò di divincolarsi, riuscendo a liberarsi con qualche difficioltà. Pur conoscendo già la risposta, Batista gli chiese: «Ehi, amico, che fai qui ad Aleno?». Fernando, stando al gioco, rispose: «Sono venuto a trovarvi per giocare insieme a voi».
Scelsero quindi nascondino e, procedendo al sorteggio attraverso la pesca dei bastoncini di legno, intagliati rapidamente da Batista con un coltellino affilato, uscì Maria, che, come al solito, scelse il più corto. Lei protestò debolmente, poi si mise a contare.
 
conventino-4-web.jpg - 50,32 kB
 
 
Fernando e Batista decisero di andare a nascondersi in soffitta. L'ambiente era buio e polveroso; dal soffitto pendevano delle ragnatele e gocciolava ancora un po' dell'umidità della notte; il pavimento era in legno, formato da assi cigolanti; ogni tanto un topolino grigio attraversava in velocità la stanza.
La loro attenzione fu attirata dalla vista di un baule in legno, piuttosto ammuffito, di medie dimensioni, con delle cerniere in ferro arrugginite. Decisero di aprirlo per visionarne il contenuto. Esso conteneva delle lastre in vetro abbastanza spesse, di forma rettangolare, polverose; in superficie presentavano abrasioni e scanalature. Alcune erano incollate tra loro ed altre erano sbeccate agli angoli. Batista si fece coraggio e ne prese in mano una: era fredda e ruvida al tatto. Un brivido gli percorse la schiena. I due ragazzi si guardarono perplessi. Maria li sorprese alle spalle e disse: «Che roba è questa?». Fernando rispose assorto: «Non lo so». Sollevò il vetrino, portandolo all'altezza degli occhi. Un raggio di luce filtrò attraverso la lastra, svelando i tratti di un'immagine sfocata.
«C'è dentro qualcuno, lì» esclamò Batista stupefatto «sembra un uomo».
In effetti l'immagine ritraeva un uomo di circa trent'anni, vestito con un abito composto da giacca e pantaloni, con un gilet sopra una maglia bianca e con un foulard al collo.
Portava i capelli corti e mossi; aveva labbra carnose, occhi grandi e sopracciglia folte, naso a punta; la fronte era spaziosa e le orecchie piccole. Un accenno di barba gli punteggiava il mento e la bocca era leggermente piegata. Lo sguardo era intenso e l'espressione serena. Con tono meditabondo, Batista soggiunse: «Che personaggio! Non sappiamo il suo nome, quindi lo chiameremo “l'uomo dallo sguardo fisso”».
I tre cominciarono ad osservare controluce le altre lastre, affascinati dai soggetti raffigurati.
Furono colpiti in particolare da tre immagini. Maria descrisse ad alta voce ciò che vedeva nella prima lastra: un gruppo di 16 adulti, 2 bambini e un cane, di taglia piuttosto grande, durante un pic-nic. Alcuni erano seduti o sdraiati su un prato, mentre altri stavano in piedi; la maggior parte teneva in mano un bicchiere e uno reggeva un fiasco di vino. Gli abiti di tutti erano eleganti e la postura sostenuta, fatta eccezione per una bambina, tenuta in braccio dalla madre, e dal cane, la cui immagine risultava mossa.
Alle loro spalle si vedeva una casa dall'aspetto abbastanza cadente, con una donna che si intravedeva dietro una finestra aperta.
 
foccoli-web.jpg - 30,92 kB 
 
 
Maria esclamò: «Un titolo adatto per quest'immagine potrebbe essere ''merenda all'aria aperta”».
Fernando diede un'occhiata alla lastra di Maria e la confrontò con quella che aveva in mano: era sicuro che l'ambientazione fosse la stessa. Sullo sfondo di quello che sembrava un roccolo, erano ritratte quattro persone: due anziani coniugi, seduti compostamente (lui molto serio e dotato di un gran barbone, lei con un lieve sorriso sulle labbra) e due bambini, maschio e femmina, presumibilmente i nipoti della coppia. Ciascun nonno teneva appoggiato sulle gambe il nipote del sesso opposto: la bambina era vestita con un abito e un cappello, mentre il maschietto indossava una camicia con fiocco al collo ed una giacchetta. L'eleganza dell'abbigliamento contraddistingueva anche l'anziana coppia di sposi. «Ma guarda un po'» soggiunse Fernando «”Nonni e nipoti”: che bel quadretto!».
Batista si trovò in mano un soggetto affatto diverso: un gruppo di quattro donne e tre bambini, due maschi e una femmina, in posa davanti ad un edificio recante la scritta “ufficio comunale”. I piccoli, dall'età apparente di sei/sette anni, erano ben vestiti, con dei bellissimi cappelli decorati: la femmina indossava un delizioso abito a maniche lunghe, mentre i maschi indossavano pantaloncini corti e giacchette.
 
  
 
 
   
- continua