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La cultura magico religiosa del 500 è ben caratterizzata da una connotazione particolarmente eccentrica. Dio, Cristo, Maria e gli altri Santi, non stanno nei cieli ma vivono sulla terra, nei boschi e nelle chiese e, dietro cortese richiesta, si trasformano in vermifughi o cataplasmi, in suffumigi o viandanti misteriosi.
Il mondo della cosmografia popolare cinquecentesca, di cui le streghe sono una diretta testimonianza, è una dimensione in cui passato , presente e futuro, uomini e animali, diavoli spiriti, Dei e Santi convivono in grande disordine e per la città dell’uomo che deve ispirarsi a modello della città di Dio, questa confusione è estremamente pericolosa.[1]
L’inquisizione non si lascia sfuggire tale situazione e anche in terra bresciana, nonostante Venezia sia spesso palesemente contraria all’intervento inquisitorio estremo del rogo, ha comunque mietuto le sue vittime.
In questo clima di sacro, magico e profano si muoveva la figura di Benvegnuda Pincinella da Nave.
Maga, strega, guaritrice che oltre a vari rimedi più o meno naturali parole magiche incomprensibili, soffi e invocazioni ai Santi, era solita fare uso di una stringa come strumento di lavoro.
La sua fama si diffuse rapidamente nelle vicine terre, al punto che viene convocata spesso e volentieri, oltre che dalla brave massere della zona anche da notabili dei vicini paesi.
 
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Arrestata e condannata a una pubblica penitenza con una sentenza del 1509 che le imponeva tra le altre cose anche il domicilio coatto, quello stesso anno riprende la sua “magica” attività, infatti la troviamo a Brescia al capezzale della figlia del Podestà Sebastiano Giustiniani; con una manciata di sambuco per fare un decotto e la solita stringa in mano alla quale sussurrare frasi sibilline, risolve brillantemente il caso, con gran favore per la sua fama. Riesce pure a fare diagnosi a distanza con relativa guarigione per conto di una certa Pasquina da Gussago, la cui madre era gravemente malata e costretta a letto.
In barba ai divieti sconfina anche in Trentino e rimane ospite presso i Conti di Lodrone per due mesi, intenta a curare la gamba di un certo Zorzi.
Ma i tempi sono duri per le streghe: a Nord Lutero sta cospirando contro l’unità della chiesa, in provincia i preti rinnegano la dottrina cristiana, la Valtrompia è ricettacolo di eresia e la Valle Camonica è teatro di continue inchieste da parte dell’Inquisizione, e comunque Pincinella è tenuta d’occhio dalla comunità di nave per il suo operato e la precedente condanna.

La solerte denuncia di un concittadino, non tarda quindi ad arrivare; di conseguenza il padre domenicano Lorenzo Maggi della Santa inquisizione di Brescia, ne ordina l’arresto il 24 giugno 1518 con l’apertura di un nuovo procedimento, si tratta di un periodo delicato ( il giorno precedente in valle Camonica erano state portate al rogo otto persone), ma l’inquisitore è deciso a fare la cose per bene. Ha il fiato del leone alato sul collo e vuole che il processo sia un atto da manuale, per poi poterlo inviare a Venezia come testimonianza sull’impeccabile operato dell’inquisizione in terra bresciana.
 

Prima di incaricare dell’arresto il cavaliere ufficiale della Santa Croce Pietro Albanese, addetto militare dell’inquisizione bresciana, Padre Lorenzo gira in lungo e in largo per i luoghi che hanno veduto l’opera di Pincinella, interrogando e redigendo scrupolosi verbali di testimonianze.
Quando la fattucchiera sessantenne viene rinchiusa in una cella sotterranea del cittadino convento domenicano, non ha le idee molto chiare sulle ragioni del suo arresto: lo ritiene cagionato dalla trasgressione della precedente sentenza. In realtà la situazione è ben più grave, e presto i ferri del mestiere e le tecniche degli scritti inquisitori (tra i quali il Malleus Maleficarum del 1486) applicati dal prelato inizieranno ad estorcere confessioni che la porteranno in una rapida discesa verso la pena capitale.
Da queste confessioni emerge anche il rapporto che Benvegnuda, madre di famiglia, aveva con un demonio, certo Zulian, che aveva conosciuto in uno dei licenziosi incontri notturni in riva al Mella all’età di 36 anni. Lasciava il marito e i figli per partecipare a queste orge che si tenevano in diversi luoghi sulle alture di Nave o Bovezzo, ma anche altrove; li il demonio la possedeva carnalmente in una ridda di balli e musiche.[2]
Inoltre pare che Zulian si fosse insediato in una delle gambe della donna, e da li dispensasse, formule, minacce, rimedi e consigli vari.
 Il resto è storia conosciuta, i verbali sono chiari e le testimonianze scrupolosamente riportate, in tutto simili a quelle di molte altre sventurate cadute nelle mani sbagliate al momento sbagliato. Padre Lorenzo non aveva bisogno di altro: Benvegnuda è rea confessa e a giudicare da quello che combinava negli incontri notturni pure eretica.
Quando la giunta dei probi viri emette la sentenza, i termini sono chiari: Benvegnuda Pincinella è ricascata nel vortice dell’eresia. Il dispositivo parla di recidiva e tradimento della religione cattolica, mentre il Vicario episcopale ricorda la clemenza ecclesiastica già dimostrata con la prima sentenza del 1509 e lascia intendere che ai peccatori può essere concessa una sola possibilità di redenzione.
 
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Benvegnuda sconterà definitivamente il peccato stregonesco sul rogo in piazza della Loggia nel luglio del 1518, sulla pira di legna ai piedi della colonna dove dall’alto la osserva il leone di San Marco, per ironia della sorte, condannata dagli stessi seguaci di colui che, poco meno di 1500 anni prima, aveva insegnato a perdonare fino a settanta volte sette.[3]
 
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[1] M. Bernardelli Curuz “Streghe bresciane” Ermione, Desenzano BS 1988.
[2] A. Fappani: “Storie bresciane misteriose e strane” BS Voce del popolo 1973.
[3] Vangelo secondo Matteo 18,22.