Non è compito semplice quello di parlare di personaggi che hanno dato lustro a Lumezzane e alla sua gente operosa, frenetica, semplice e ingegnosa. Scrive Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia, quasi una guida, aggiornata sui rumori e gli odori di una tarda quanto scintillante rivoluzione industriale, rimodellato sull’omonimo libro di Goethe: «Contemplo una madrepora di metallurgici, in mezzo alle montagne…Producono tutto, grosse macchine e piccoli oggetti, cambiano produzione secondo il mercato, passando, per esempio, dalle armi da taglio e dai fioretti per la scherma alle posate, ai rubinetti, alle maniglie per le porte. Lo straordinario è che qui la metallurgia diviene rapimento, pensiero fisso collettivo»[1]. L’orchestra di frese, presse, magli, spazzole, punterie si fa ardore sensitivo globale di limatura di ferro e oli minerali meccanici, in una sorta di esperienza timbrica evocante il tinnire del martello di qualche fiammante dio nibelungo a forgiare l’essenza del suo stesso lavoro. Eppure già in tempi non sospetti Lumezzane respirava già quell’aria pentagrammica così apparentemente insolita per una stirpe concreta, radicata mani e piedi nel suo tessuto urbano, nella sua officina, nei suoi campanili. Apparentemente insolita, occorre sottolinearlo. Sì, perché già nell’ultimo scorcio del secolo XV metallo e suono diedero vita a un singolare connubio materializzato nella produzione di canne d’organo, e un certo Bartolameo, figlio d’un giurista, con dinamismo tutto lumezzanese, impresse alla propria esistenza una virata di inattesa mobilità sociale e professionale, rinnegando carte, leggi e bolle per fabbricare organi. Il cognome di questo Bartolameo è di quelli che incutono ammirazione, rispetto: Antegnati. Egli nel 1481 costruì un organo per il Duomo Vecchio di Brescia, nonché altri analoghi strumenti per Bergamo, Mantova, Como. I suoi figli proseguirono la sua opera: Giovanni Francesco prese un ramo diverso, quello degli strumenti a corda: ciò era nelle sue corde. Giovan Giacomo invece realizzò tra l’altro l’organo delle Grazie in città (1553) e in seguito fece fortuna a Milano. Il terzo fratello Gio. Battista diede il via alla Scuola Organaria Bresciana. Suo figlio, Graziadio, fu ritenuto dal Serassi il più insigne degli Antegnati. Il più famoso tuttavia fu Costanzo (1549 – 1624), organaro, organista, compositore e scrittore (suo il trattato Arte Organica). Tra gli strumenti da lui realizzati spiccano quelli di Castel Goffredo, del Carmine a Mantova, Asola, S. Maria Maggiore in Bergamo. Nel ‘700 l’attività della famiglia s’interruppe, consegnando alla storia di questo nobile facitore di suoni solenni e angelici opere di fama nazionale[2].
Passano un paio di secoli ed ecco la musica tornare ad aleggiare in questa terra di lavoro. Stavolta è il canto e il talento bizzarro a figurare una delle personalità più curiose – e misconosciute – della società lumezzanese.
Nell’ambiente lirico brillò pure un usignolo recentemente scomparso che ebbe a Lumezzane la propria patria elettiva, tale Giacinto Prandelli, dal cognome così tipicamente valgobbino e gloria di molti teatri italiani di cui calcò le scene. Meno famoso fu infine un epigono del bel canto, esponente penta grammatico di quella Belle Epoque che ebbe nel Moulin Rouge  uno dei luoghi-simbolo: parliamo di Pietro Codini (1873 – 1925), compositore lumezzanese che lavorò nel celebre locale parigino. Di recente Parigi ha commemorato questo misconosciuto (da noi, ahimè) figlio lumezzanese, emigrato oltralpe in gioventù, fondatore di una scuola musicale nella capitale francese (1909), amico di Toulouse-Lautrec e Utrillo, menzionato dalla stampa locale e dalla Provincia di Brescia in un articolo del 1910. Codini ci ha lasciato oltre 200 brani, tra cui il più famoso è Femmes que vous ȇtes jolies (“Donne come siete carine!”). Se la popolazione forse non ricorda questo nome, l’Amministrazione Comunale ha recentemente intitolato a Pietro Codini un parco alla Pieve[3].
 
__________________________________________________________
 
[1] G. PIOVENE, p. 123.
[2] Vedasi tra gli altri AA. VV. 1963 vol. III, pp. 894-95-96-97-98-99-900.
[3] Giornale di Brescia 19/11/2009.