Dopo che l’Impero Romano ebbe lasciate anche a Lumezzane le sue vestigia (acquedotto del sec. I, e vestigia funebri e confinarie a Pieve)[1], i due centri principali sulla direttrice ovest-est, ovvero Pieve (con Piatucco) e Sant’Apollonio, accomunati dal toponimo d’incerta origine Lumezzane, da lumen sanum oppure da Mettiane (dalla gens romana dei Mettii) o ancora da mezzana (in riferimento alla valle o alle pozze d’acqua stagnante che poi furono incanalate a formare forza motrice idrica)[2], furono sconvolti dai barbari, e assoggettati ai domini longobardo e franco. Nel sec. IX Lumezzane fu dominio del Vescovo di Brescia. Nel sec. XI, con l’autonomia dei primi comuni, tra cui Brescia, le genti di Lumezzane presero parte, a supporto del vescovo Arimanno, alle contese contro i valvassori bresciani, che avversavano il predominio vescovile. La prima menzione di Lumezzane – citato come comune unico – risale a un documento del 1225-26 inerente una contesa territoriale sul possesso del monte Palosso, tra Brescia e Nave[3], indi al Liber potheris del 1232.
Durante i secoli XII e XIII Lumezzane si diede ordinamenti e leggi proprie, strutturando il Comune con i vicarii, i consoli (organo esecutivo), i notari, i soprastanti (vigili), i massari e i campari[4]. Ma l’esistenza del libero comune ebbe a Lumezzane vita assai contrastata a causa di un infeudamento risalente già al 1388 a beneficio di Bartolomeo de Vento da parte del vescovo Tommaso Visconti[5]. In seguito il territorio lumezzanese passò in feudo ad Alberghino Alberghino (1401); nel 1406 il territorio passò ai Malatesta che l’assegnarono alla Quadra di Mompiano; alcuni anni dopo Lumezzane entrò a far parte, quale capoluogo, della Quadra di Nave, quindi nel 1427 fu da essa scorporato[6]. Gli antichi statuti lumezzanesi non ci sono pervenuti, ma pure è lecito supporre la loro esistenza desumendola dall’esame di vari documenti delle vicinìe confinanti.
Grata dell’opera di aiuto ricevuta dal nobile Pietro Avogadro nella lotta contro i Visconti, la Repubblica di Venezia il 23 novembre 1427 diede in feudo alla famiglia patrizia il territorio di Lumezzane, con la rocca di Pieve (detta per l’appunto Torre Avogadro), in cambio del Feudo di Polaveno. Da quel momento in poi le vicinìe lumezzanesi contesero a più riprese il potere feudale dei feudatari: nel 1670 esse tentarono di sottrarsi alla morsa dei loro signori. Furono concesse limitate autonomie: per esempio dal 1° gennaio 1672 le cause furono discusse a Lumezzane e non più a Brescia[7]; ma già nel 1681 Venezia decise di vendere il Feudo. Le comunità offrirono dai 4 ai 5 mila ducati per affrancarsi. Ma Venezia, cedendo a ben maggiori offerte, alienò ai conti Francesco e Girolamo Avogadro il Feudo di Lumezzane per la somma di ducati 32.677[8]. Nel 1776 il feudo passò in eredità alla contessa Fenaroli e verrà abolito solo nel 1797 con l’invasione francese.
Sino al 1543 il Comune di Lumezzane risulta essere un'unica entità amministrativa, con il proprio centro alla Pieve. Nel ‘600 i sindaci erano cinque per ognuno dei due comuni, ma per quanto concerne Pieve ogni contrada aveva propri rappresentanti nelle assemblee civiche[9].
Nel 1797, con la caduta della Serenissima, l’anacronistico Feudo Avogadro ebbe fine. Lumezzane Pieve e S. Apollonio passarono dal Cantone del Mella al Distretto delle Armi (1798), e tra quest’anno e il 1805 furono accorpati. Nel 1805 i due comuni furono nuovamente separati e inquadrati nel Distretto I di Brescia, quindi tra il 1810 e il 1816 nel Cantone VII di Gardone. Nel 1816 Pieve e S. Apollonio furono inseriti nel Distretto VI di Gardone e nel 1859 nel Mandamento VII con sede sempre a Gardone Val Trompia. L’isolamento lumezzanese venne progressivamente meno, anche se le deficitarie vie di comunicazione rendevano in ogni caso difficili i collegamenti. Durante tutto l’Ottocento i borghi della Valgobbia versarono in una situazione di cronico passivo con indebitamenti anche pesanti, il che causò più di una frizione tra i comuni e la Prefettura[10]. Tra i patrioti che si distinsero nel Risorgimento vi furono il parroco di S. Apollonio don Ercoliano Bentivolglio e il diciannovenne Bortolo Gobbi, arrestato dagli Austriaci e impiccato sugli spalti del Castello di Brescia, e tutta Lumezzane costituì una tappa fondamentale dell’impresa garibaldina di Sarnico (1862).
La prima sede del Comune di Lumezzane al suo sorgere (sec. XI-XII) pare si trovasse sulla via che dal Termine porta a Sarezzo, e fosse rimasta per secoli il punto ove si svolgeva un mercato settimanale per lo scambio dei prodotti fra la valle e la pianura. In seguito tale sede fu portata nei pressi della Pieve, sotto l’ala protettrice e interessata dei signori Avogadro. In un documento del 1575 la casa comunale di Lumezzane Pieve è infatti indicata a Piatucco[11]. Tuttavia, come appare evidente dalle fonti documentali, a Lumezzane Pieve prima del sec. XVII molte adunanze civiche avvenivano nel cortile della canonica o sulla pubblica via (ricorrente la citazione della Contrada delle Olive) o ancora presso abitazioni private[12]. Durante il sec. XVII anche l’oratorio di S. Nicola pare fosse talora utilizzato per radunare i consigli[13]. Similmente avveniva a S. Apollonio, le cui riunioni comunali erano indette nei pressi della parrocchiale oppure sotto il portico della canonica o in case private[14] L’unico Comune di Lumezzane, diviso come abbiamo visto alla metà del sec. XVI, vide prevalente in un primo tempo la Vicinia Pievana[15]. In due documenti datati 3 settembre 1686 e 13 gennaio 1688 risultano essere stati eseguiti e, nel primo caso pagate £ 12 a tal Pietro Donegani, lavori alla casa comunale. L’antico municipio di S. Apollonio invece era presumibilmente situato nella zona di Montagnone[16], e presso gli archivi non si hanno tracce di lavori di restauro.
Dopo che una prima offerta di vendita era fallita nel 1675[17], tra l’aprile e il maggio 1706 il Comune di Pieve acquistò per 450 scudi la torre degli Avogadro[18]. Pochi giorni dopo il Comune rivendette la torre a Scipione Avogadro che ne iniziò la ricostruzione in quanto l’edificio era pericolante; nel febbraio 1707 il restauro, condotto dai muratori Pietro Cetti, da G. Maria Salvinello e Andrea Scarparo, su progetto di Giuseppe Cantone[19], fu portato a termine: l’antica merlatura venne sostituita da un cornicione, il ponte levatoio con uno in muratura; la costruzione fu coperta da una cupola ottagonale sormontata da una lanterna con otto finestrelle. Dei cinque piani dell’edificio il più basso, l’antica prigione, era interrato, mentre al terzo livello si trovava un balcone; ancora nel 1780 esistevano un fossato ove, nei secoli passati, era convogliata l’acqua del torrente Regnone, il ponte, gli spalti e il carcere sotterraneo. Così descrive questo palazzo un documento conservato presso l’Archivio Parrocchiale: «La sua architettura è quadra con 4 poggioli uno per facciata. La sua altezza è di cavezzi 5 brazza 5 once 2. Entrando nel pepiano vi è una scala di pietra con gradini 17 per cui si discende dai fondi terranei consistenti al numero di 5, uno dei quali è un’abitazione oscura e senza fori di sorte alcuna che diano lume o respiro, ciò della quale è di altezza brazza 3 oncie 4 e ½ di larghezza brazza 1 once 5 e ½…Sotto la scala si trova una cisterna secca. Nel pepiano corrispondente all’ingresso di detta torre vi sono stanze 4, oltre all’invito ingressivo, al quale sottostà la descritta stanza oscura. Si ascende al primo ordine per una scala di pietra di gradini 20 e vi sono stanze 4 compreso un salotto più alto delle altre 3. Indi si ascende al secondo ordine altra scala pure di pietra parimenti di gradini 20, con sole tre stanze venendo occupato lo spazio dell’altra, dall’altezza del soprascritto salotto e quivi vi sono li 4 poggioli nominati. Si ascende finalmente al terzo ordine per una scala di pietra di gradini 19 e vi sono logge n° 4 sotto il tetto e nel mezzo di detto tetto si solleva una torricella a cubula coperta di piombi con otto fenestrello ottogolate. Sicché la suddetta torre è composta di 5 ordini consistenti nel terranno, pepiano, primo ordine, secondo e sottotetto che forma il terzo»[20]. Il 15 luglio 1800 fu compiuta la recinzione della torre, che risultava già allora essere adibita a municipio[21]. Nel 1807 risulta che Lumezzane Pieve avesse due palazzi municipali, di cui uno certamente era da identificarsi con la famosa Torre[22]. Dopo il 1816 la torre fu acquistata da Benedetto Lechi; quindi vi furono alcuni passaggi di proprietà sino a quando, nella seduta del 30 maggio 1864 il Comune decise di acquisire l’immobile (aste del 22 marzo 1865 e del 18 gennaio 1866), ponendovi il municipio, la Guardia Nazionale e le scuole[23]. Lo storico gardonese Marco Cominassi descrisse la torre in una lettera del 9 luglio 1874 indirizzata a Cesare Cantù[24], e fa risalire la sua edificazione all’epoca di Pandolfo Malatesta (primo quarto del sec. XV). Il Cominassi parla di una corte di mq 16 e di un muro di cinta alto m 3,50, nomina le sedici lesene (quattro per ogni facciata) e, curiosamente, definisce sala da ballo la stanza di m 8 x 7 al secondo piano. Nota ancora lo storico trumplino che le sale interne erano tutte coperte a volto e che la torretta sommatale (che egli chiama colombera) permetteva la vista di tutte le frazioni del territorio eccetto Valle e Gazzolo. La colombaia fu demolita – afferma – da Benedetto Lechi quando divenne proprietario del palazzo, mentre il portone «fu lasciato derogare alla caduta del feudo e distrutte le fosse intorno alla corte e…distrutte pure le stanze di fianco al portone a destra una delle quali esisteva fino al 1865». L’aspetto attuale di questo interessante edificio, esempio di casa-torre quattrocentesca pur notevolmente rimaneggiata nel ‘700, comprende le facciate intelaiate da un ordine “tuscanico gigante”, con struttura muraria in pietra mista a ciottoli e rinforzi in mattone; le volte interne sono parimenti in laterizio[25].
A S. Apollonio esisteva pure un’antica casa comunale, come è attestato, per esempio, in un documento datato 22 aprile 1737 ove si delibera di costruire una casa di commune comoda per i diversi bisogni[26]. Nel 1756 la Vicinìa decise di realizzare un archivio per i documenti pubblici presso la stessa casa comunale[27] Sino al 1928 il municipio fu situato nella casa ubicata al n. 41 di via XI Febbraio, quindi fu trasferito in quella in fondo a via Trieste, vicino alle aule della scuola elementare[28]. Questo palazzo, visibile ancora in qualche rara fotografia dell’epoca,[29]era a pianta rettangolare, a tre ordini con portico a pianterreno, lunghezza di una ventina di metri e larghezza meno della metà.
Anche S. Sebastiano, che non era un vero e proprio comune ed era anticamente chiamato Piubecco o Piubego, aveva le proprie cariche vicinali e nel ‘500 le pubbliche adunanze erano tenute su suolo pubblico, spesso la piazzetta antistante la vecchia chiesa dei SS. Fabiano e Sebastiano oppure presso residenze private[30].
Nel corso dell’età medievale e moderna la popolazione lumezzanese si mantenne relativamente stabile, con periodi di oscillazioni a causa delle cicliche carestie, pestilenze, calamità naturali; la crescita, moderata e graduale, portò nel 1861 la popolazione dei due comuni e delle molte frazioni a 3.675 abitanti. Nel 1911 gli abitanti erano ascesi lentamente a 5.388. Nel XX secolo sarebbero stati ben altri i ritmi di accrescimento, sicché presto si sarebbe sentita l’esigenza di costruire nuove sedi municipali, più capienti e funzionali.

 

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[1] Cfr. E. SPADA 1968, pp. 17 e seguenti.
[2] Cfr. P. GUERRINI 1956.
[3] F. TURLA 2002, p. 37.
[4] AA. VV. 1985 V, p. 49.
[5] Vedasi A. FAPPANI – F. TROVATI, pp 121-122.
[6] Cfr. F. TURLA 2002, p. 42.
[7] F. TURLA 1998, p. 83 doc. 613.
[8] L. LUCCHINI, p. 41.
[9] Cfr. L. LUCCHINI, pp. 29-30.
[10] Vedasi F. TURLA 2002, p. 119 e seguenti.
[11] Cit. F. TURLA 1998, p. 37 doc. 243.
[12] Vedasi F. TURLA 1998, p. 48 doc. 70; p. 54 doc. 154; p. 58 doc. 200.
[13] Cit. F. TURLA, p. 83 doc. 626.
[14] Vedasi F. TURLA 1998, p. 171 doc. 61; p. 175 doc. 191; p. 176 doc. 248/a.
[15] Cfr. A. PELLEGRINI, p. 159.
[16] Cfr. A. PELLEGRINI, p. 160.
[17] Il Comune non aveva i 2.000 scudi necessari (cfr. AA. VV. 1985 V, pp. 50-51.
[18] F. TURLA 1998, p. 108 doc. 810; vedasi anche AA. VV. 1985 V, p. 50.
[19] ASBS, Fondo Fenaroli-Avogadro, pagamenti dal 5 aprile al 18 ottobre 1706.
[20] A.P. Pieve, 3 marzo 1780 riportato in F. TURLA 1998, p. 259.
[21] F. TURLA 1998, p. 145 doc. 1134.
[22] ASBS, Prefettura del Dipartimento del Mella, b. 150.
[23] Cfr. A. PELLEGRINI, p. 117, E. SPADA, p. 86 e P. PAOLILLO, p. 52.
[24] ASMI, Fondo Comuni, Valli diverse.
[25] AA. VV. 1993 IV, p. 181.
[26] AC, Libro delle Terminazioni del Comune di S. Apollonio f. 245 cit. in L. LUCCHINI, p. 286.
[27] AC, Libro delle Terminazioni del Comune di S. Apollonio f. 298 cit. in L. LUCCHINI, p. 327.
[28] A. PELLEGRINI, p. 160.
[29] Vedasi ad esempio E. BONOMI, pp. 22-23 ill.
[30] Vedasi F. TURLA p. 158 doc. 111 e p. 162 docc. 282, 305.