L’edificio ha pianta a L, è dotato di un cortile racchiuso a mattina da un alto muro interrotto «…da un bel cancello con pilastri in pietra sormontati da rozzi vasi e affiancati da due balaustre» (Lechi), e a mezzodì dalla continuazione della cinta muraria lungo la quale si aprono un cancellino pedonale e un volto carraio che introduce in una corte minore oggi adibita a ricovero automezzi. La facciata a ponente al pianterreno è contraddistinta da due finestre e , al centro, dalla porta d’ingresso agli uffici, al piano primo sono due finestre e, centralmente, una porta-finestra con poggiolo, il tutto sormontato da fregi barocchi in stucco; il terzo livello è scandito da tre aperture ribassate, prive di fregi. I tre piani sono sottolineati da ampie fasce marcapiano con cornici ottagone. Più movimentato e seicentesco è il prospetto nord, con un porticato a due fornici a tutto sesto sia al piano terra che al primo livello; tale doppio ordine d’archi, divisi da un pilastro con lesene bugnate in basso e pilastro liscio in alto, crea un effetto di chiaroscuro che dona leggerezza alla facciata. La loggia, chiusa da vetrate in seguito all’intervento del 1986, forma una veranda assai luminosa, oltre la quale si allineano quattro aperture rettangolari con cornici sobrie e, al secondo piano, sette altre finestre di eguale larghezza ma minor altezza di quelle al piano inferiore. Alle estremità del pianterreno sono pure due porte d’accesso secondario, uno decorato con volute, oltre a due piccole finestre e, più oltre verso ovest altre due aperture più grandi con inferriate. Oltre alle arcate del primo piano, ornate da una balaustra con replicato ordine di quattro piastrini, sono due finestre con fregio, mentre altre aperture si susseguono al piano secondo. Tra il piano terra e il primo piano la fascia marcapiano qui si limita, per la presenza della loggia, alle parti sporgenti, mentre corre eguale e in continuità con quella del lato ovest, a segnalare il passaggio dal primo al secondo piano. Il prospetto a monte, che si affaccia su via Costa, la quale cinge il municipio a ferro di cavallo ritornando più a sud sulla principale via Mazzini, non evidenzia motivi particolarmente originali se non per il dislivello, dovuto al fatto che la strada è in sensibile salita.

All’interno del cortile principale si trova una fontana in marmo, con mascherone e valva di conchiglia. In passato vi era anche una fontana esterna, oggi scomparsa, di cui tuttavia ci è testimone un dipinto del pittore locale Beppi Mino (1913-2007), in cui è raffigurata tale fontana, a ridosso del muro rivolto a sud.

Assai nobile è l’interno di questo palazzo, a cominciare dalla scalinata balaustrata, in marmo, solida, ampia, a doppia rampa rientrante; essa si eleva all’interno del portico del prospetto nord. Sulla volta soprastante lo scalone è dipinto un medaglione ritraente Nettuno. Assai interessante è il salone consigliare, originariamente destinato agli ospiti e al ballo, di forma rettangolare: esso è ornato con fregi alle pareti, su cui correvano i celebri versi del Carducci riferiti alla Valle Trompia e alle sue genti, cancellati nel dopoguerra, e una targa in marmo che commemora la visita a Gardone del re d’Italia Umberto I avvenuta il 23 agosto 1890. Il soffitto, ricurvo ed elaborato con stucchi e affreschi, forse un tempo decorato con pitture settecentesche, è oggi impreziosito da un affresco del 1937 di Giuseppe Mozzoni, raffigurante la fucina di Vulcano[1]. E’ opportuno fare cenno all’originario progetto pittorico di Mozzoni che prevedeva per questa sala grande, la raffigurazione di quattro condottieri (Giovanni delle Bande Nere, Emanuele Filiberto, Bartolomeo Colleoni e Caio Giulio Cesare) nonché altri due affreschi inerenti la lavorazione del ferro[2]. Nel salone è anche un bel camino marmoreo risalente all’epoca di costruzione del palazzo.

Di fronte alla porta d’accesso alla sala consiliare, dal lato destro del pianerottolo retrostante il già descritto loggiato, sono stati ricavati alcuni vani, tra cui spicca, quello dell’ufficio del sindaco, impreziosito dall’affresco raffigurante Diana cacciatrice del Mozzoni (1937).

Nella volta di una delle sale al primo piano si trova un frammento del pittore trumplino Giustacchini (1936), il cui soggetto era probabilmente quello della donazione dell’oro alla Patria.

Nell’ampio disimpegno è pure custodito un modello in gesso di un busto dello statista bresciano Giuseppe Zanardelli, realizzato nel 1903 da Ettore Ximenes (1855-1926), donato dalla famiglia Beretta e in origine destinato al Palazzo di Giustizia di Roma. Altra scultura di pregio custodita in municipio è un busto bronzeo dello stesso statista bresciano, opera di Emilio Magoni (1868-1922).

I locali al secondo piano, riadattati solo in tempi recenti a uffici, non presentano note artistiche, eccettuato per due ambienti, interessanti per la loro mantenuta fisionomia a soffitto ricurvo e cornici di stucco.

Nell’estate del 2010 il municipio è stato sottoposto a interventi di manutenzione e restauro del tetto e dei cornicioni per una spesa pari a € 230.000[3].

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1] M. MANCINI in AA. VV. 1969, p. 155.
[2] AA. VV. 1984, p. 182.
[3] M. GATTA 2010, in Giornale di Brescia mercoledì 11 agosto 2010, p. 18.