di Claudio Cazzago
 
Un grande armaiolo e un eroe dimenticato: Lazzarino Cominazzo e Crescenzio Baiguera.
 
Gardone significa soprattutto armi; il ferro delle miniere, l’abbondanza di legna per i forni, la forza motrice dell’acqua, qui abbondante, fece del paese luogo ideale per il sorgere di una fiorente industria che produsse nei secoli spade, armature e poi schioppi, pistole e colubrine. In particolare celebri erano le canne prodotte a Gardone. Tra gli artigiani, o meglio sarebbe dire artisti, che forgiavano canne il più celebre fu senz’altro Lazzarino Cominazzo (o Cominazzi o Cominassi), vissuto probabilmente nel sec. XVI, come ha puntualmente dimostrato Paolo Guerrini nel 1947, e non come si credeva nel sec. XVII. Nel siglo de oro pure visse la sua scellerata esistenza un omonimo del famoso armaiolo, «…morto di una archibugiata, senza sacramenti, in confesso di più anni, stato quattro giorni dissotterrato ed in fine rimasto in mano della Giustizia, adì 24 ottobre 1696» (Marco Cominazzi, 1803-1877).
Il Cominazzo valente produttore di canne fu tra l’altro apprezzato dallo scrittore ferrarese Bonaventura Pistofilo nella sua Optomachia (1621), e pare firmasse le sue opere di alto artigianato, come un pittore firma i suoi quadri. Traccia della sua apprezzata attività è pure in una lettera autografa datata 19 luglio 1583 indirizzata al cancelliere e segretario del conte Nicolò Gambara a Verolanuova, ove si parla della fornitura di un’armatura e di canne dritte[1].
Al Cominazzo sopraffino artigiano di canne sono dedicate una via del Comune gardonese e pure della città di Brescia (quest’ultima tra le vie Caduti del Lavoro e Torricella di Sotto.
 
Con Cesare Scaluggia (di Villa Carcina) Crescenzio Baiguera fu l’unico triumplino a partecipare all’impresa dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi che salpò dallo scoglio di Quarto, presso Genova, il 5 maggio 1860. Baiguera era di Gardone, essendo nato il 6 settembre 1822 nella cittadina armiera; morì a Milazzo il 20 luglio 1860 in seguito alle gravi ferite riportate nella battaglia di Calatafimi, causate da una granata che gli fracassò il cranio. Le sue spoglie, avvolte nella camicia rossa, furono tumulate nel camposanto di Alcamo ove, nella chiesa dei Francescani, gli furono tributati solenni funerali.
Crescenzio era un semplice operaio, un uomo di poche parole ma dotato di quella ruvida generosità che è caratteristica peculiare di tanta gente di questa valle bresciana; non era più giovanissimo quando sentì l’impetuoso richiamo della gloria: aveva infatti 38 anni quando, raggiunta Genova, s’imbarcò con gli altri volontari alla volta della Sicilia. Uomo di poche pretese, ma ancora forte e vigoroso nel fisico, dotato della tipica vigoria ferrigna dei trumplini, ma soprattutto egli fu un eroe, purtroppo dimenticato dai suoi concittadini di oggi, dalle autorità, che non gli hanno nemmeno tributato l’onore non diciamo di una piazza, ma nemmeno di una via, d’un vicolo o di un cippo commemorativo (forse il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia potrebbe essere l’occasione per riparare a tale grave torto fatto non solo all’uomo, al cittadino, al soldato Baiguera, ma all’intera comunità gardonese). Non tutti i comuni possono vantare un volontario garibaldino morto sul campo di battaglia per “fare l’Italia”.
Con le seguenti parole lo scrittore e pubblicista Giuseppe Bandi descrive il momento del funerale del Baiguera nel suo libro I Mille da Genova a Capua: «Il morto, vestito della sua camicia rossa, giaceva sopra il catafalco, in mezzo a una infinità di grossi ceri; intorno al catafalco stavamo noi e stavano tre o quattrocento siciliani armati, e poi tutti gli uomini e le donne della città…».


 
[1] AA.VV. 1969, pp. 301-302.