di Claudio Cazzago

 

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In seguito al riordino della disciplina attinente i titoli nobiliari e gli stemmi operato dal R.D. legge 20 marzo 1924 n. 442, cui si richiamarono successive circolari prefettizie, in particolare la n. 976 Gab. del 24 aprile 1927 e la n. 2265 Gab. del 3 dicembre 1927, la Consulta Araldica istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’aprile 1928, comunicò che presso i suoi archivi non c’era lo stemma di Gardone V.T., e in conseguenza di ciò invitò l’ente locale, qualora si fosse voluto fregiare di uno stemma civico, a fornire l’eventuale documentazione comprovante l’antico uso di quello comunemente in uso raffigurante due fucili con baionetta incrociati e un’incudine.

Nel giugno 1928 il Prefetto di Brescia invitò il Commissario Prefettizio gardonese Gino Zuccarelli a istruire e trasmettere gli atti all’uopo necessari prescritti dalla succitata circolare 3 dicembre 1927 n. 2265. L’allora capo della civica amministrazione raccolse allora le prove storiche inerenti lo stemma il cui uso era già evidentemente invalso da tempo nella cittadina armiera: «Dalle ricerche fatte nell’archivio comunale è risultato che fino all’anno 1869 lo stemma usato dal Comune nei suoi sigilli era rappresentato da una croce circondata di rami di alloro…Soltanto il Comando della Guardia Nazionale della Valle Trompia che riuniva in Gardone i suoi capi e della quale fecero parte i patrioti più ardenti della vallata usarono nelle loro corrispondenze il timbro che ora conservasi per i sigilli del Comune…»[1]. Si trattava di due fucili in croce di Sant’Andrea con baionetta nella parte inferiore, e di rami d’alloro nella parte superiore, con al centro la dizione Comando della Guardia Nazionale di Gardone.  La ricerca storica condotta nel 1928 ipotizza che nel 1869-70 lo stemma venisse cambiato con quello che ancora oggi identifica Gardone Val Trompia. Altre fonti parlano più genericamente di una croce circondata di rami d’alloro. Nella ricerca del 1928 seguono alcune considerazioni e l’elenco di documenti comprovanti l’antica vocazione armiera del paese, in particolare a beneficio della Repubblica Veneta, e viene illustrata l’opera celebre del gardonese Lazzarino Cominassi (o Cominazzo), armiere di fama internazionale del XVII secolo, morto nel 1696. Nel novembre 1928, evidentemente accusato il ricevimento delle fonti storiche giustificanti l’adozione della simbologia comunale, la Presidenza del Consiglio dei Ministri scrisse che il Duce avrebbe proposto al Re la concessione del seguente stemma: «di rosso, a due fucili con baionetta innestata, posti in croce di Sant’Andrea, accollati da un’incudine e ad un martello posto in palo, il tutto al naturale. Ornamenti di Comune»[2].

Per quanto concerne il gonfalone civico esso fu concesso dalla Consulta Araldica nel gennaio del 1938[3].

Il Sabatti sostiene che lo stemma antico del Comune di Gardone sia quello scolpito ai lati dell’architrave e al centro degli stipiti del portale maggiore della locale parrocchiale di S. Marco, ovvero un giglio o fiordaliso di Francia[4].

Lo stemma dell’ex Comune di Inzino è dipinto sul frontespizio miniato d’una pergamena in latino del 22 giugno 1562 conservata nel municipio di Gardone Val Trompia; esso riproduce un giglio (o fiordaliso) di Francia di colore rosso, sormontato da un lambello della medesima tinta, dunque del tipo angioino guelfo, in campo bianco, del tutto simile allo stemma della Communitas Vallis Trompiae[5]. Sui timbri comunali in uso sino all’aggregazione con Gardone (1927) lo stemma è racchiuso al petto di un rapace ad ali spiegate.

Lo stemma dell’ex Comune di Magno si trova inciso su una lastra marmorea del 1721, un tempo posta a copertura della tomba dei sacerdoti collocata ai piedi dei gradini del presbiterio della chiesa di S. Martino, poi murata alla parete sinistra del vecchio cimitero e ora in pessime condizioni: vi era riprodotto un castello a due torri sormontate da una mano e un’aquila avente sopra di sé una corona[6]

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[1] Cenno storico giustificativo dello stemma del Comune, 12 giugno 1928, in AC, b. 383, fasc. 1.1.
[2] AC, b. 383, fasc. 1.1.
[3] AC, b. 389, fasc. 2.1.
[4] C. SABATTI 2013, pp. 248-249.
[5] C. SABATTI 2013, pp. 242-243.
[6] C. SABATTI 2013, p. 250.