Un Comune a cavallo tra Valtrompia e Franciacorta

Brione entrò a far parte del demanio regio attraverso il fundus Gussiago creato nel sec. IX dal Monastero di Leno. Citato nelle decime del 1327[1], nell’Estimo visconteo (1385), nell’ambito della Quadra di Gussago, il Comune di Brione non è citato, mentre risulta autonomo nel 1429, come si ricava dallo Statuto di Francesco Foscari. Il piccolo centro fu incendiato da Niccolò Piccinino durante il periodo delle lotte tra Veneziani e Milanesi, nel 1439. Nel 1609-1610, facente parte della Quadra di Gussago e quindi appartenendo a pieno titolo alla Franciacorta, contava appena 130 anime, ed era amministrato da un Console, quattro Sindaci e un massaro[2].

L’antica Vicinìa e il Comune si svilupparono in vari nuclei sparsi ma il centro coincise con la zona della chiesa parrocchiale di San Zenone. Scarse sono tuttavia le testimonianze d’archivio pervenuteci sulla vita di questo piccolo centro che nel 1810 venne soppresso e aggregato a Ome. Con l’attivazione dei Comuni della provincia di Brescia, Brione tornò autonomo e fu inserito nel Distretto I di Brescia (notificazione 12 febbraio 1816); esso verrà poi confermato nel medesimo Distretto in forza del successivo compartimento territoriale delle Province lombarde.
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Brione, comune con Convocato generale e con una popolazione di 440 abitanti, fu inserito nel Distretto I di Brescia.

Il Comune disponeva della campana grande e dell’orologio della torre campanaria della parrocchiale: nel 1905 il fabbro meccanico Lattanzio Antonelli di Villa Cogozzo fu chiamato a riparare il suddetto orologio, che con lettera del 2 settembre 1907 il Sindaco segnalava tuttavia essere ancora guasto[3].

Nel 1928 il Comune fu aggregato a Ome, ma nel 1948 tornò a essere ente locale a sé. Di conseguenza si rese necessario approntare una sede municipale adatta. La vecchia sede era infatti sita a ridosso della chiesa parrocchiale e, anzi, in una sala di proprietà della Parrocchia, era installato un ufficio provvisorio, con il relativo telefono[4]. Nel 1957 iniziò il restauro radicale di un edificio situato a circa 20 metri di distanza dal vecchio ufficio. A condurre i lavori fu l’impresa Peli Giovanni; in una lettera datata 22 marzo 1957 il primo cittadino Cinelli si lagnava con l’impresario edile incaricato per non aver iniziato i lavori nei tempi previsti; un altro problema era rappresentato dall’ufficio postale che aveva sede al piano terra dello stabile da riformare: il Sindaco scrisse alle Poste in data 3 aprile 1957, chiedendo di spostare l’ufficio al primo piano, onde consentire l’esecuzione dei lavori di restauro dei locali. In data 22 maggio la sistemazione era compiuta, e non restava che trasferire i mobili e il telefono: quest’ultima operazione fu eseguita con una spesa di £ 5.237 + i.g.e. come risulta dalla corrispondenza tra il Comune e la S.T.I.P.E.L.

La nuova casa comunale, sita in via San Zenone al civico numero 1, si presentava piccola ma dignitosa: essa, a pianta quadrangolare, era larga m 5,50 e alta in gronda m 5,70. Sviluppantesi su due piani con scala esterna coperta da tettoia, al pianterreno, in una stanza di m 6,50 x 5,50, fu ospitato l’ufficio postale, e al primo piano quello comunale. Quest’ultimo consisteva in un vano quadrato di m 5,50 di lato, con una porta d’accesso dal pianerottolo posto al culmine della scala esterna, e tre finestre. Il riscaldamento, prima del recentissimo allacciamento al metanodotto, era effettuato con stufe a legna, come si evince per esempio dal verbale per la fornitura di legna da ardere per il riscaldamento del municipio recante la data del 4 ottobre 1957[5].

Nel corso degli ultimi decenni il municipio non ha subito interventi significativi ma soltanto manutenzioni straordinarie e ordinarie. In questo piccolo centro sulle alture che dominano la Franciacorta ma ancora legato da un filo sottile quanto indissolubile con la Valtrompia tutto sembra fermo agli anni in cui esso riacquistò la propria autonomia.

 

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[1] AA. VV. 1979 I, p. 287.
[2] G. DA LEZZE, p. 211.
[3] AC 1898-1925, b. 14, fasc. 1.
[4] AC, b. 40, fasc. 3.
[5] Ibidem.