Figura tragica ed eroica, quella di Cesare Scaluggia non può essere dimenticata, soprattutto a un secolo e mezzo esatto di distanza dalla spedizione dei Mille guidati dal generale Giuseppe Garibaldi, alla quale il giovane di Cailina prese parte. A memoria esiste invero una pubblica via a lui intitolata dal Comune di Villa Carcina: essa si trova nella frazione di Cailina, tra la piazzetta antistante la chiesa e San Vigilio di Concesio. Tuttavia forse non molti sanno chi fu costui, perché gli fu dedicata una via, e come visse la sua breve quanto intensa esistenza: troppo spesso l’ignoranza è figlia della distrazione, e procura la distruzione della memoria storica di un popolo, di una comunità, indebolendone le radici. Con questo breve studio è nostra intenzione ricordare nello Scaluggia un uomo figlio del suo tempo, coraggioso, colmo di ardore patriottico, ma anche ombroso e problematico.
Iniziamo dalla fine: è il 6 maggio del 1866, di sera, a Villa-Cogozzo (allora i Comuni erano distinti in Villa-Cogozzo e Carcina) è trascorsa una normale giornata; la primavera fa fiorire i pescheti, e la valle, rinverdita dopo l’algido inverno, si appresta alla stagione della raccolta. Anche l’Italia è alla vigilia di raccogliere nel suo suolo i suoi figli naturali che abitano il Triveneto, a lungo oppresso dalla dominazione austriaca. La terza Guerra d’Indipendenza è alle viste, e il grande Nizzardo sarà ancora protagonista, pronto a sguainare la spada quando la Nazione, rappresentata dalla monarchia sabauda, glielo chiede. Sono le 10 di sera quando un uomo si getta nel Mella; il suo corpo affoga nelle rapide acque e viene trascinato a valle: è il corpo di Cesare Scaluggia, il garibaldino. L’indomani venne ripescato a Concesio ove gli fu fatto l’obito. «Era possidente ed aveva diploma di Ingegnere aveva quasi 29 anni» scrisse il parroco di allora don G. B. Gobbini.
Facciamo un passo indietro di una ventina d’anni. Cesare, figlio di Lodovico e Angelica Miglioli, di famiglia benestante, nato il 6 dicembre 1837, compì gli studi in un collegio di Brescia, si diplomò brillantemente al liceo, in un epoca dove la maggioranza della popolazione era analfabeta. Trasferitosi a Padova, s’iscrisse alla facoltà di matematica e ingegneria. Nell’irredento Veneto dovette sentire il richiamo forte della Patria e quando seppe dell’imminente spedizione dei Mille non esitò ad arruolarsi – uno dei 59 bresciani [1] – e prendere il mare dallo scoglio di Quarto il…..1860. Talamone, Marsala, Milazzo, e poi Caltafimi, Messina, lo sbarco in Calabria, le marce trionfali verso Capua e il Volturno: Cesare Scaluggia combattè da eroe, scampando alla morte e tornando vittorioso nella sua verde Villa, non prima però di laurearsi in matematica e ingegneria a Napoli. Ma una volta a casa, anziché trovare la serenità di aver compiuto il proprio dovere e di poter condurre una vita agiata e rispettata, si racconta si facesse ogni giorno sempre più taciturno, cupo, infelice. «…era affetto d’infiammazione cerebrale» ebbe a dire don Gobbini. Nonostante ciò nel 1863 il Re Vittorio Emanuele II con Regio Decreto in applicazione della legge 4 marzo 1848 nominò lo Scaluggia portabandiera del Battaglione Mandamentale della Guardia Nazionale di Gardone Val Trompia con il grado di sottotenente. Ma il prode era ormai minato nel corpo e nello spirito, e negli archivi di Gardone trovasi una lettera del 7 giugno 1865 con la quale egli chiese all’allora Sindaco gardonese Moretti di essere esentato dal prestigioso ufficio di portabandiera assegnatogli due anni prima [2].Fatto sta che, smarrito il senno, compì quel gesto estremo in quel giorno di maggio del 1866, dandosi la morte dopo che le sorti delle battaglie gli avevano risparmiato la vita.
Nel 1910 si celebrarono in tutta la Nazione solenni celebrazioni in occasione del Cinquantenario della spedizione dei Mille e allo Scaluggia venne dedicata una lapide il cui testo fu probabilmente l’ultimo lavoro dello scrittore e patriota Giuseppe Cesare Abba (1838 – 1910). Il rovello dell’Abba, che fu anch’egli tra i Mille e scrisse le celebri Noterelle che ancora oggi costituiscono il più vivido resoconto dell’impresa garibaldina, fu nell’occasione quello di esprimere con eleganza magnioloquente le virtù patrie dello scomparso camerata d’armi senza evidenziare troppo il suicidio. Da buon letterato qual’era l’Abba se la cavò egregiamente, facendo scolpire nel marmo le seguenti parole: «NATO IN VILLA COGOZZO NEL 1837/ TORNA ALLA POPOLARE MEMORIA TRIUMPLINA/ CESARE SCALUGGIA INGEGNERE/ PRODE GIA’ TRA I MILLE DA MARSALA AL VOLTURNO/ IMMINENTE LA GUERRA VENETA DA MORBI IMPEDITO/ MAGNANIMO ALLA MORTE PIU’ CHE AL FIERO DOLORE/ SDEGNO’ LA VITA PIANTO DA TUTTA LA VALLE/ CHE NEL CINQUANTENARIO DELLA SICULA GUERRA LO ONORA/ 2 OTTOBRE 1910». La targa marmorea era sormontata dall’effigie bronzea del volto dello Scaluggia inscritta in un tondo circondato d’alloro e fu opera dello scultore Giovanni Asti (1881 – 1954). Essa fu posta all’ingresso della scuola elementare di Cailina, ma verso il 1970 fu venduta dal Comune e spostata sulla facciata principale della casa della famiglia Scaluggia [3].
 
Il secondo triumplino a partecipare all’impresa dei Mille fu il gardonese Crescenzio Baiguera, nato il 6 settembre 1822 nella cittadina armiera e morto a Milazzo il 20 luglio 1860 in seguito alle gravi ferite riportate nella battaglia di Calatafimi, causate da una granata che gli fracassò il cranio. Le sue spoglie, avvolte nella camicia rossa, furono tumulate nel camposanto di Alcamo ove, nella chiesa dei Francescani, gli furono tributati solenni funerali.
Crescenzio era un uomo semplice e di ruvida generosità, di professione operaio, e non era più giovanissimo quando sentì forte il richiamo della gloria: aveva infatti 38 anni quando, raggiunta Genova, s’imbarcò con gli altri volontari alla volta della Sicilia. Uomo semplice, di mezza età, dotato della vigoria ferrigna dei trumplini, ed eroe. Sì, eroe morto sul campo di battaglia per “fare l’Italia”. Di lui e delle sue esequie fece cenno lo scrittore e pubblicista Giuseppe Bandi ne I Mille da Genova a Capua: «Il morto, vestito della sua camicia rossa, giaceva sopra il catafalco, in mezzo a una infinità di grossi ceri; intorno al catafalco stavamo noi e stavano tre o quattrocento siciliani armati, e poi tutti gli uomini e le donne della città…».
A differenza di quanto giustamente fece Villa Carcina con lo Scaluggia, Gardone non ha dedicato una piazza, una via, un edificio e nemmeno un vicolo al suo eroico figlio. Amnesie storiche o colpevoli mancanze? Non sarebbe una cattiva idea considerare l’ipotesi di celebrare degnamente i 150 anni dalla storica impresa ricordando ufficialmente quest’uomo, e consegnando il suo esempio alle ignare generazioni di gnari di oggi.


[1] Dei Mille ben 160 furono i bergamaschi, 72 i milanesi, 59 i bresciani (L. BIANCIARDI 1960, p. 33.
[2] Archivio Storico Comunale Gardone VT, busta 112 fascicolo 19 e allegato.
[3] Cfr. F. BEVILACQUA, p. 25.