Nel 1836 in tutta la provincia, e dunque anche in Valle Trompia, scoppiò un’epidemia di colera, un bacillo che si diffondeva specie tra la gente indigente che menava una vita grama, poco igienica e mal nutrita. Tra le vittime del morbo il curato di Tavernole don Gherardo Amadini, spirato il 13 luglio di quell’anno.
All’epoca erano diffuse anche altre malattie derivanti da un’alimentazione carente e monodietetica: tra queste, presenti anche in valle, la pellagra, il cretinismo e il gozzo [1].
Il tifo colpiva soprattutto i giovani e si diffuse soprattutto nella seconda metà del secolo. Minore quantità di vittime mietè in terra bresciana il vaiolo, mentre numerose erano anche in Valtrompia le malattie da raffreddamento che talvolta conducevano a esiti estremi; causate dallo scarso o nullo riscaldamento delle abitazioni nonché dalla penuria di vestiario e scarpe, tali affezioni, oggi relativamente banali, se non curate adeguatamente, divenivano croniche e, nei casi più gravi, conducevano alla tomba chi le contraeva. Aggiungasi a tutto ciò il fatto che la valle del Mella era priva di un ospedale importante come invece possedevano centri come Chiari, Verolanuova o, nella vicina Valsabbia, Bagolino.
Altre malattie per lo più derivanti dal clima o da diete non corrette e incomplete che raramente conducevano alla morte ma colpivano larghe fette della popolazione erano le febbri infiammatorie, i reumi, le infiammazioni pettorali, le angine, le cefalee, le gastroenteriti, le cardialgie, i vomiti, le diaree, le affezioni isteriche, l’ipocondriasi, le palpitazioni, le soffocazioni, le vertigini [2]. Comune in Valle Trompia era «…la pleuroperipneumonia pel frequente passaggio degli operaj dall’atmosfera delle miniere e delle officine, calda e pregna di esalazioni minerali e sulfuree, a quella esterna, fredda e molto ossigenata» [3].
Tra le annotazioni antropologiche del tempo è qui curioso riportare una descrizione delle genti bresciane e trumpline del Cocchetti mutuata da un tale dottor Menis citato nell’opera principale dello storico rovatese: «Una lodevole costituzione fisica giovata da una vita regolata, sobria e guardinga, procura (scriveva il dottor Menis) al Bresciano un’esistenza felice, gioconda e tranquilla. Taglia piuttosto elevata, lineamenti regolari, bene pronunciati ed espressivi, fisionomia aperta e franca, roseo colorito, scioltezza negli atti e nelle mosse…e nei Bresciani predomina il temperamento sanguigno. Lungo le riviere lacuali questo si accompagna al bilioso, e nelle valli e nelle colline abbondano i temperamenti linfatici». Alcuni di tali caratteri si possono tranquillamente riscontrare ancora oggi.
 


[1] Gozzo è il nome volgare dell’affezione causante l’ipertrofia della ghiandola tiroide.
[2] C. COCCHETTI, p. 189.
[3] Ibidem.