Come abbiamo visto i Comuni erano le cellule amministrative, e spesso pure attori gestionali, del territorio. Ma vediamo sommariamente come erano organizzati e strutturati.
L’organismo esecutivo, amministrativo e di controllo era il Consiglio Generale, più o meno corrispondente all’odierno Consiglio Comunale. Alle riunioni partecipavano da poche unità nei centri minori sino anche a 80 o 90 persone nei paesi più popolosi. I “sindici” duravano in carica solo un anno ed erano eletti in forma indiretta dai maggiorenti designati di anno in anno in seno alla Vicinia; erano l’equivalente degli assessori dei giorni nostri e facevano parte di queste assemblee esecutive ed elettive. Le decisioni erano poste ai voti, segreti, espressi ponendo delle palline all’interno di bussolotti di diverso colore a seconda del parere favorevole o contrario (in genere bianco e rosso). Territorialmente il Comune prendeva il nome di Vicina; i “sindici” erano salariati secondo quanto stabilito dalla Vicinia. Il popolo era costituito da tutti gli “originari” (nativi del paese e dimoranti in esso) che avessero compiuto 25 anni e fossero capi famiglia. La struttura amministrativa oltre ai “sindici” si componeva inoltre del “cancelliere” (corrispondente all’odierno segretario comunale), del “console” (messo), di uno o più “ragionatori” (ragionieri), un “massaro generale” (tesoriere), di uno o più “confidenti” (fiduciario per affari particolari o transazioni), uno o più “andadori” (sorta di ambasciatori comunali), “protettori” e “patrocinatori” (avvocati e procuratori nelle cause che vedevano coinvolto il Comune), uno o più “calmedranti” (vigili annonari), dei “deputati” (assuntori di opere pubbliche per conto della Vicinia; si trattava di carica onorifica conferita a persone di riconosciuta capacità). I libri dei comuni di allora erano quelli delle “ragioni” riguardanti i diritti attivi e passivi, i crediti e i debiti; i libri delle “terminazioni” che contenevano le deliberazioni dell’ente locale ma anche quelle di enti ad esso superiori; e i libri del “campatici e delle tanze” il cui oggetto era il catasto e le tasse ad personam. La Vicinia designava poi degli esattori per la riscossione, anche coatta, delle tasse inevase; controllava e inventariava non solo i beni propriamente comunali ma anche parte di quelli ecclesiastici (vedi Lucchin pagg. 210 e seguenti), dal momento che il legame tra potere civile e religioso era assai stretto; si pensi, ad esempio, al fatto che di domenica era fatto assoluto divieto lavorare, pena multe e sanzioni previste dai regolamenti delle Vicinie. Queste ultime vendevano e acquistavano terreni, stabilivano l’applicazione e l’entità di tasse locali ma anche di multe e punizioni per vari reati, specie quelli contro la proprietà pubblica e privata; disponevano, in casi di comprovata necessità, di aiutare i bisognosi con denaro e beni materiali, oppure si ponevano quali intermediari per ottenere prestiti dalle famiglie più ricche; deliberavano lo svolgimento di lavori pubblici (strade, edifici, opere agrarie di miglioria); gestivano o davano in gestione varie strutture o attività quali pubblici esercizi, posti di caccia (molto in uso erano gli archetti), mulini, pascoli; ponevano all’incanto immobili o ne acquistavano; pagavano talvolta le spese legali di persone “originarie” inquisite (Lucchini, 224) e nominavano degli avvocati per le controversie tra l’ente e i privati. Non infrequentemente tuttavia tasse da una parte e debiti dall’altra rendevano difficile la quadratura dei bilanci comunali (Prestini, 72).
Come si vede questi nuclei territoriali ricoprivano un ruolo assai importante per la gestione e il controllo delle popolazioni della valle, sebbene la loro forza e influenza fosse assai minore rispetto a quella della città. Un esempio per tutti ci è fornito in tal senso dal fatto che nei tempi di penuria alimentare le derrate venissero accentrate in via prioritaria nei centri urbani, nel nostro caso a Brescia, e le rivendicazioni di cibo come quella succitata del 1764 portata con irruenta decisione dai Trumplini fossero dirette proprio verso il capoluogo dove risiedevano i centri di potere periferico posti da Venezia.