Come abbiamo fatto cenno nell’introduzione nel secolo XVIII l’economia della valle subì un certo indebolimento per effetto di almeno tre motivi:
a) minore richiesta di prodotti tipici dell’artigianato e della proto-industria trumplina (specialmente metalli, armi, lane, utensili agricoli e domestici);
b) più o meno costante forte pressione fiscale di Venezia, nonostante il mantenimento di taluni privilegi e il periodico allentamento di alcune tasse;
c) frequenti periodi di carestia e calamità (malattie, alluvioni, inverni molto lunghi e rigidi), accompagnati da una difficile e lenta ripresa demografica che poneva in seria difficoltà le miniere e le aziende anche nel reperimento della manodopera.
A tutto ciò si aggiunga il forte aumento del contrabbando, l’emorragia di maestri e operai che con le loro famiglie cercavano condizioni migliori di vita e lavoro in altri paesi e nazioni. Proseguivano poi azioni di banditi e malfattori, spesso poco efficacemente contrastati da “gride” di difficile attuazione. Per fare solo un esempio nel 1771 a Polaveno venne trovato assassinato un Arici di Brione; senza poterglisi somministrare i Sacramenti verrà seppellito cum viris. Queste conflittualità si estendevano assai più pericolosamente per l’economia a livello di contrasti che talvolta sfociavano in vere e proprie lotte tra Vicinie, come nei casi di Lumezzane Pieve e S. Apollonio ma anche di Pezzaze e Marmentino.
Venezia mostrava più spesso il bastone della carota:aveva da tempo vietato, per esempio, l’importazione di panni stranieri e ciò aveva finito per alimentare il mercato nero. La produzione di armi, come si è visto, continuava pur segnando talora il passo, e la Serenissima, in gran segreto, consentì l’esportazione di archibugi. Nella fonderia Chinelli di Gardone si diede inizio proprio a partire del XVIII secolo alla produzione di bombarde e granate; il governo veneto inviò un esperto operaio del suo arsenale al fine di prestare assistenza alla fusione di mortai e cannoni.
Grave decadenza invece per le miniere: nel 1734 il provveditore Federico Tiepolo affermava di aver “vigilato” sulle maestranze di Gardone e di esser riuscito a trattenere molti aritigiani che intendevano trasferirsi a Pavia (Abeni IV 134).
Innumerevoli erano i dazi, che colpivano tutte le merci sia nella fase produttiva che commerciale. Essi opprimevano oltremodo le attività economiche, mentre lo sfarzo dei nobili strideva con le condizioni della povera gente.
I vari paesi possedevano svariate officine; a Carcina, per esempio, nel 1738 l’estimo ci dice che il Comune possedeva oltre a 18 boschi anche le case del follo per la produzione di carta, un molino, un frantoio e due botteghe; e nel 1754 a S. Vigilio esisteva una grande ghiacciaia per la conservazione delle carni, sintomo di un certo benessere (Prestini 79). Lumezzane, in crisi per la lana anticamente diffusa dagli Umiliati, si dava soprattutto alla fabbricazione di utensili agricoli e domestici iniziando una vocazione che continua ancora oggi; a Lumezzane d’altra parte, secondo quanto riportato nella statistica veneta del 1788, vi era la più alta concentrazione artigianale, con 27 fabbriche censite, di cui solo 4 inattive, producevano arnesi in ferro e acciaio, quali chiodi, posate, acciarini; a queste andavano sommati 48 fabbricanti di posate e 130 d’acciarini che lavoravano a domicilio, 9 di “ferrarezza” e armi e infine 14 telai e due filatoi a S. Apollonio. A Zanano e Sarezzo vi erano alcune fucine, ma in gran parte erano ferme (Abeni IV 135).
Nella seconda metà del secolo tuttavia il sistema economico pareva assestato su posizioni più rosee, sebbene non venissero meno le endemiche crisi, come avvenne per esempio con le razzie dei Valtrumplini nella Bassa nel 1775, e il tumulto di Lumezzane Pieve del 1795. Qui scoppiarono gravi disordini contro il moribondo governo veneto, la campana fu suonata a martello, per la mancanza di pane.