La forza e l’autorità di Venezia andava ormai esaurendosi e la Terraferma (così i Veneti chiamavano i loro possedimenti nell’entroterra) ribolliva manifestando a sprazzi la propria insofferenza per il rigido fiscalismo e tradizionalismo della Serenissima. Nel 1772 una spaventosa alluvione investì la valle e i prezzi degli alimenti salirono alquanto: nel 1773 il grano costava £ 72 la soma. Nel 1775 i Trumplini fecero razzie nella Bassa bresciana alla ricerca di cereali e granaglie.
Tra le ultime delibere organizzative di Venezia in Valle Trompia va rammentata nel 1786 l’istituzione dell’ufficio delle notificazioni e preservazione delle giuste azioni dei legali eredi e dei legittimi contraenti per l’intera valle, con sede a Gardone.
Qualche anno ancora e le prime avvisaglie del collasso veneziano si fecero sentire nel 1795 con la già menzionata rivolta di Lumezzane Pieve dove le campane suonarono a martello per reclamare pane. Il capitano di Brescia Giovanni Alvise Mocenigo cercò di adoperare il pugno di ferro contro i tumulti e le cospirazioni rivoluzionarie. Ciò nonostante il 18 marzo 1797 sul broletto cittadino sventolò per la prima volta il Tricolore. Finiva di fatto allora il dominio veneto sul territorio bresciano, che perdurava dal lontano 1426.
In Valle Trompia, così come in Valle Sabbia e a Salò si svilupparono tuttavia delle resistenze contrassegnate da vere e proprie rivolte anti-francesi. Alcuni scontri tra i Napoleonici e i Valtrumplini fedeli a Venezia si ebbero Sarezzo, dove dura fu la repressione francese, e nave; Salò nel frattempo veniva messo a sacco dai Francesi (15 aprile 1797). In alta valle, a Bovegno, Collio, Lodrino e Marmentino i favorevoli alla Serenissima erano la maggioranza, mentre Gardone aderì prontamente al governo bresciano, promuovendo un consiglio di valle a Tavernole. Per tutta risposta i filo-veneti dislocarono un corposo presidio militare a Carcina, dove un sacerdote gardonese, tale Antonio Ussoli, «…anima ardente e risoluta, pieno il cuore dell’antica libertà, piantatosi a Carcina…, tenendo in una mano il Crocifisso e nell’altra una pistola, imbrigliava quelle scomposte moltitudini, teneva corrispondenza colle altre valli, colla Riviera e colla Repubblica veneta…» (Odorici X 91). Mezzo migliaio di soldati transalpini raggiunsero Gardone eludendo la sorveglianza nemica attraverso Iseo e Polaveno passando per Ponte Zanano. Il 27 aprile bande valsabbine, triumpline e anche tirolesi calarono sulla cittadina armiera e sconfissero i Francesi a Inzino dandosi poi al saccheggio indiscriminato. Il 1° maggio da Brescia partì una spedizione punitiva che si accanì su Brozzo, che subì un brutale saccheggio (Abeni IV 181). Ma l’azione risolutiva avvenne pochi giorni dopo con i Francesi che presero la valle tra due fuochi: una parte valicò presso il monte Colma piombando su Bovegno e l’alta valle, un’altra risalì il corso del Mella per la via principale. La repressione che seguì fu spietata: il prete Antonio Ustoli di Gradone venne fucilato in castello, mentre in quei giorni si riunivano 50 sacerdoti della valle che promisero obbedienza al nuovo regime.
La città e la provincia furono divise e organizzate in 10 cantoni, quello trumplino fu chiamato “il Mella” e aveva come capoluogo Gardone. Rigurgiti di brigantaggio non mancarono un po’ ovunque in valle (Abeni IV 185) ma nell’insieme la soldataglia filo-francese (spesso composta da altri briganti che si abbandonavano ad arbitri, violenze, furti, stupri e ogni genere di nefandezze) mantenne la situazione.
Il governo nel 1798 requisì incamerò i beni ecclesiastici: i conventi vennero chiusi, il vescovo Nani venne allontanato da Brescia dove si scatenò la furia giacobina. Ma il secolo si chiuse ancora una volta con delle reazioni ostili ai metodi imposti dai Francesi, specialmente da parte di alcuni ecclesiastici (Abeni IV 227-228).