Nel 1630, preceduta da una grave carestia, giunge in Valtrompia la peste bubbonica. Le cronache dei singoli Comuni sono assai ricche di resoconti e dettagli. Non era, come si è visto, la prima apparizione di questa esiziale malattia, la cui periodica apparizione è provata, tra l’altro, dal fiorire, tra XV e XVII secolo, di chiese in dedica al taumaturgo S. Rocco.
Pare che il contagio si sia diffuso prima in città dacché si ha notizia di persone da essa provenienti le quali vengono costrette dai Rettori locali al domicilio coatto, in isolamento. Molti sono i soldati che tornano ammalati nei loro paesi e lì in pochi giorni muoiono, spesso contagiando famigliari e compaesani. Il notaio lodrinese Bettino Boldini annota nel luglio 1630 che un suo figlio, soldato in Brescia, ritorna malato e il 30 di quel mese muore in un fienile in località Cereda. Oltre 1/3 della popolazione di quel Comune muore di peste. La guarnigione del Castello di Brescia defunte quasi interamente e debbono essere inviati altri soldati da Venezia. Le derrate alimentari non vengono più distribuite con regolarità e i centri vallivi soffrono sempre più.
A Sarezzo la popolazione diminuì dai 1800 abitanti del 1610 a circa un migliaio nel 1630. A Gardone, che pure nel 1630 riesce a evitare il contagio per effetto di un efficace cordone sanitario approntato a valle, nel 1631 la manovalanza delle fucine è decimata, la produzione s’inceppa; le miniere dell’alta Valle dimezzano di colpo l’estrazione del ferro e così si deve ricorrere alla fusione dei rottami ferrosi. A Nave furono 400 i morti appestati, cui si dovettero aggiungere altre vittime e saccheggi subiti già ai primi anni del ‘600 con il passaggio di truppe impegnate nella guerra di successione spagnola. 350 furono i morti a Concesio, tra essi l’arciprete Ippolito Garzoni. Spaventoso l’impatto del morbo a Bovegno, che secondo alcune fonti falcidiò il 70% della popolazione; il lazzaretto di Piano fu in breve stracolmo e i cadaveri si contavano a “mede”, come la legna all’imbarco sui navigli. Tutti gli altri centri della valle, compresa l’”isolata” Lumezzane ebbero numerosi morti.
Una nuova carestia si verificò nel 1649-50, ma grazie all’intervento deciso degli amministratori bresciani essa non fu seguita da malanni e la situazione tornò presto a normalizzarsi.