Tempo di lotte tra signorotti, scandito dalle prepotenze dei “buli” (i “bravi” di manzoniana memoria), il XVII secolo non poteva da questo punto di vista essere diverso in Valtrompia, da sempre terra di rudi e animosi uomini. Per garantire l’ordine pubblico i rettori di Brescia disponevano che periodicamente nei paesi della valle fossero radunati dal municipio (vicinia) uomini atti alle armi per dare la caccia a banditi, malviventi, vagabondi, vaganti con armi proibite (ad esempio le balestre). Già agli inizi del secolo a Gardone si scatena una vera e propria faida tra famiglie di armaioli, in gioco ci sono interessi economici legati alla produzione armiera. I Ferraglio, i Rampinelli, i Cominazzo e altri accoliti si massacrano, alcuni di loro vengono banditi, altri arrestati, altri ancora devono fuggire. Scontri e persino assalti ai corrieri postali si verificano sino almeno al 1663 quando Venezia invia armigeri per combattere queste azioni di vero e proprio brigantaggio. La violenza era connaturata con lo spirito del tempo, sicché la Serenissima talvolta “perdona” quei banditi i quali aiutano l’autorità costituita a eliminare o far catturare altri malfattori. Esempio di pragmatismo la Repubblica Veneta fornisce pure allorquando è disponibile a cancellare con un colpo di spugna le colpe dei violenti e facinorosi Ferraglio e Rampinelli in cambio del loro servizio (e dei loro sgherri) nei ranghi dell’esercito contro i Turchi. In tal modo Venezia perseguì il duplice scopo di incanalare la violenta e ardimentosa indole di questi gaglioffi verso scopi di grande utilità per lo stato. Duri i tempi, duri gli uomini ma dure talvolta anche le pene: un esempio di beffarda curiosità è fornito dall’arresto a Marchino nel 1626 di sei ricercati; i giudici stabilirono che fosse approntato lì per lì un palco alla base del quale i prigionieri avrebbero dovuto giocare a dadi…la vita! Infatti chi di costoro avesse ottenuto il punteggio minore sarebbe stato condotto sul palco e giustiziato, come infatti avvenne (Diari dei Bianchi in Guerrini “Cronache Bresciane”). Esemplare pure la fine, nel 1696, di Lazzarino Cominazzi abile armaiolo gardonese a capo di una banda assai temibile: “…fu portato a Brescia…il suo cadavere fu lasciato appeso prima su un’alta forca nella piazza della Loggia, quindi a un patibolo sulla riva del Mella all’inizio della strada per la Valtrompia” (Abeni). Pure esposto “a publica vista” fu l’anno successivo il cadavere di Pietro Caldani, bandito gardonese, noto con l’appellativo di “Soldato”.
Per il resto, almeno sino al 1630, la vita, la società, l’economia erano più o meno quelle descritte nel capitolo precedente. La popolazione era in crescita, nel 1586 la Valle era abitata da 17994 persone. Come abbiamo visto i maggiori centri erano Bovegno – dove nel 1602 fu realizzato un granaio in comune con Collio e nel 1606 fu fondato l’ospedale di S. Giovanni -, Collio, con le sue miniere e le sue redditizie mandrie, e Gardone, oasi industriale con le sue officine armiere. Nella valle del Garza Nave andava delineandosi come centro principale, con le grosse cartiere, mentre Lumezzane, chiusa e isolata, andava comunque crescendo godendo di un’esposizione al sole (“lumen sanum”) che consentiva discrete colture, vite compresa, e di un’embrionale sviluppo protoindustriale (lane, utensili agricoli e domestici). Una delle risorse di cui poco s’è sin’ora detto, la pesca, era fonte di nutrimento non indifferente per alcuni villani: già negli annali di Pietro Voltolino (5 settembre 1501) vi è menzione della regolamentazione di questa attività sia nella acque del Mella, assai pescose, che degli altri ruscelli dell’alta valle, segno che tale attività era praticata regolarmente e tutelata.
Nel 1606 e nel 1619 due spaventosi incendi distrussero Collio e le sue case di legno e paglia dai tetti di “scandole”. Dopo quest’ultimo rogo i superstiti costruirono a monte nuove dimore dando origine al paese di San Colombano. 
Sempre in alta valle diversi furono i “medoli” (=miniere) scoperti nel corso del secolo XVII. Nel 1683 ne furono attestati ben 26 nella sola Bovegno. L’impianto urbanistico di questa cittadina prende forma proprio in quei decenni, con la chiamata di “marangoni da muro” comaschi i quali imprimono l’elegante e a un tempo rustico aspetto ancora oggi riscontrabile.
Sotto il profilo amministrativo nel corso del XVII secolo il Consiglio di Valle (che dal 1627 fu simboleggiato dallo stemma del giglio di Francia sormontato da un labello a undici punte) si assunse l’onere (e l’onore) di decisioni anche impopolari ma necessarie. Per esempio, oltre alle consuete funzioni di raccordo politico e di controllo amministrativo già esercitate nei secoli precedenti ripartiva ora i quantitativi di grano da destinare ai singoli paesi. In un’economia “a sistemi chiusi” – pur in senso relativo – tale esercizio di potestà costituiva uno degli elementi d’ordine capace di un certo grado di credibilità e autorevolezza se non altro per il fatto che i componenti dell’assemblea erano persone stimate e riconosciute quali “capi” dalla stragrande maggioranza della popolazione, e d’altro canto rappresentavano le istanze particolari delle singole cellule territoriali, ovvero i Comuni. E di un ritorno in un certo qual modo all’epoca dei Comuni si può parlare per il Seicento. Erano i Comuni, in dialogo e talvolta contrasto con le parrocchie, a disciplinare e talvolta a dirigere le attività economiche, dall’estrazione di minerali al taglio della legna; il Comune era il tramite per la distribuzione di cereali e derrate; di concerto con le unità territoriali ecclesiastiche il Comune provvedeva a eleggere, dove esistevano, i maestri, e sempre il Comune assegnava la conduzione di osterie e locande prescrivendo la tipologia di servizio e il costo. Si trattava di entità zonali relativamente isolate l’una dall’altra, tant’è che spesso si esigeva una tassa a carico di chi, forestiero, voleva “piantar fogho” (cioè famiglia) nell’ambito municipale e chi ospitava un forestiero era obbligato in solido per eventuali danni, spese o pene. Senza voler apparire nostalgici di un passato che presentava molti lati oscuri e negativi si pensi come invece oggi, in una società “aperta” e globalizzata questi efficaci e giusti espedienti di controllo sociale siano stati travolti dall’immigrazione clandestina su vasta scala.