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 Attentato a Carlo Borromeo
olio di A. Ansaldo (1584-1638) 
 
Come fatto cenno a margine di drammatici eventi quali la campagna contro gli Anabattisti valtrumplini e contro la stregoneria, le due figure, imponenti e autorevoli, di Domenico Bollani e Carlo Borromeo – che sarà in seguito santificato – trascorrono attraverso la valle Trompia l’uno nel 1567, l’altro nel 1580.
Due personaggi diversi, ma destinati a lasciare il segno al loro passaggio: determinato, realista, dotato di una forte carica spirituale ma anche di solidi agganci temporali il primo; rigoroso, ascetico, umile nella sua grandezza il secondo. Durante le loro pastorali si distinsero, ad esempio, per un particolare che a prima vista potrebbe apparire marginale: il Bollani, pur proponendosi secondo una regola auspicabile di dimorare nelle pur povere canoniche dei parroci dei vari paesi, talvolta derogò a questa consuetudine, vuoi per diplomazia, vuoi per non patir troppo le asperità di taluni alloggi; dalla suddetta tenuta di contro non si discostò mai il secondo, sopportando con modestia e spirito di servizio qualsiasi sistemazione anche di fortuna.
Già altri prelati, prima del Bollani, avevano visitato la Diocesi, da Tommaso Visconti nel XIV secolo a Domenico de Dominici in tempi più recenti. Ma la visita del vescovo veneziano – era nato nella città di S. Marco nel 1514 – segnò il passaggio del territorio bresciano dall’Età di Mezzo a quella Moderna. Il Bollani, che era stato Podestà di Brescia (1558) e membro del Consiglio dei Dieci a Venezia (1551), ben conosceva la realtà locale soprattutto dal lato civile e militare; celebre e celebrata dalla storia la sua mediazione tra i Cremonesi e i Bresciani nelle dispute che sorsero sui confini meridionali delle terre da quest’ultimi controllate (1546-1559). Nello stesso 1559 papa Paolo IV lo fece vescovo di Brescia. Erano gli anni del Concilio di Trento, un forte vento rinnovatore rianimava la Chiesa. Ma erano anche tempi nei quali una Repubblica come quella di Venezia considerava i vicari di Cristo nelle Diocesi quasi alla stregua di funzionari politici e amministrativi. Ciò non va mai dimenticato per comprendere il significato delle azioni del Clero, compresa la visita pastorale che nel 1567 l’emissario pontificio compì in Valtrompia.
Al suo giungere nelle parrocchie (che avevano sostituito le pievi come centri di irradiazione della dottrina e fulcro delle comunità locali), dopo i riti d’accoglienza, il vescovo ispezionò le chiese compiendo un inventario dei beni ivi custoditi e impartendo disposizioni per eventuali restauri, sistemazioni, ampliamenti o demolizioni. Molte dei templi della Valtrompia, come del resto in altre aree del Bresciano, erano cadenti, indecorose, aperte; in esse venivano sovente accatastati materiali di ogni genere, e vi bivaccavano vagabondi e perdigiorno nonché incalliti delinquenti. Tutto ciò rispecchiava lo stato delle anime: un numero cospicuo di inconfessi - specie a Gardone, Inzino e Collio – senza Dio, eretici, usurai, adulteri, miscredenti; da oltre trent’anni non si praticavano Cresime; i parroci talvolta erano latitanti e affidavano la “cura” dei fedeli a delegati interessati e dalla condotta morale sovente non irreprensibile. Dopo aver espletato localmente le funzioni amministrative e disciplinari il prelato impartì le Cresime e tenne una predica in ogni parrocchia, quindi ripartiva. Il quadro statistico stilato dal Bollani fu tuttavia ben più roseo della situazione reale diffusa, segno di quanto detto in precedenza rispetto al suo carattere improntato a equilibrio e pragmatismo.
Ben diverso fu l’agire del Borromeo al suo giungere nella valle del Mella, che visitò scendendo da Lodrino proveniente dalla Valsabbia. Carlo Borromeo non era veneto, bensì milanese; era Arcivescovo di Milano e il suo “sconfinamento” fu prima ritardato poi occhiutamente controllato dalla Serenissima, preoccupata dalle implicazioni politiche che l’evento avrebbe potuto presentare. Fu il vescovo veneziano di Brescia Giovanni Dolfin ad accogliere l’autorevole prelato. E fu lo stesso Dolfin a ricevere le lagnanze dei Camuni per l’eccessivo zelo con cui a loro avviso aveva impostato la visita il Borromeo. Uno zelo che non mancò anche in Valtrompia, dove egli fece annotare molte storture ivi riscontrate. A parte le condizioni materiali degli edifici ecclesiastici, di cui non è qui la sede per trattare, il futuro santo trovò per esempio che l’Arciprete di Inzino conviveva con una donna separata e di cattiva reputazione; non solo: avendo passione per la caccia tale prete teneva una muta di cani e se ne stava per i monti anche di notte. A Lodrino “correva voce che il parroco esercitasse il commercio dei panni sotto il nome del cognato” (Abeni). A Concesio il parroco frequentava notoriamente puttane e concubine e da queste ebbe anche dei figli…
Carlo Borromeo salutò la Valtrompia nell’agosto 1580, passando in Valcamonica dal colle di San Zeno.