Il Rinascimento in Valtrompia: l’amministrazione, le risorse e la società.
 
Il rinnovamento sociale culturale ed economico di cui fu portatore il periodo comunemente noto sotto il nome di Rinascimento tardò a coinvolgere la Valle Trompia la quale, povera di risorse agricole e legata alle alterne fortune derivanti dall’oscillante richiesta di armi ivi prodotte, continuò a rivestire, salvo eccezioni, un ruolo secondario nel panorama bresciano.
I centri, per lo più di piccole dimensioni, non costituivano poli di primaria importanza; tra essi i maggiori, oltre a Gardone ove si forgiavano i nuovi equipaggiamenti bellici in uso con l’avvento delle armi da fuoco (schioppi archibugi moschetti), erano quelli dell’alta valle: Bovegno e Collio.
Se il governo veneto aveva da un lato confermati per i Trumplini i privilegi nel commercio delle “ferrarezze” in riconoscimento della fedeltà da essi dimostrata, fu nondimeno netto nel troncare i proficui rapporti commerciali che Brescia e le sue Quadre avevano intrattenuto con Milano e i suoi alleati; gli scambi e rifornimenti di innumerevoli mercanzie provenienti dal porto di Genova vennero a interrompersi. Ma fu una crisi di breve durata: Venezia andava sostituendo a queste remunerative relazioni quelle dei suoi empori, che non erano da meno, sicché la ripresa non tardò a farsi sentire anche in Valtrompia. Nella città lagunare fu istituito un fondaco, agevolato da dazi moderati, riservato allo smistamento e allo smercio dei prodotti bresciani.
Se l’agricoltura nel Bresciano non assicurava ai contadini una condizione di prosperità, con i molti spazi prativi e la diffusione, accanto ai tradizionali cereali, del granturco (dal Messico), del riso, delle patate, dei fagioli e del pomodoro, quella della Valle Trompia bastava a malapena a mantenere chi lavorava lo svantaggiato terreno. Oltre ai già citati alberi da frutto il granturco iniziò, verso il XVI secolo, a essere presente nel solco vallivo; così pure diffuso era lo sfruttamento dei castagneti che fornivano, già prima del grano saraceno, la materia prima per un tipo di polenta dalle buone proprietà nutrizionali. Le risorse boschive fornivano in abbondanza legname, per lo più utilizzato per riscaldare le case, per produrre carbone e per far funzionare i forni fusori, spesso di proprietà municipale. La caccia continuava a essere praticata in Valtrompia da tempi antichissimi mentre ricchi di pesci erano sia il Mella che i suoi affluenti e le seriole. L’allevamento prosperava un po’ ovunque, con prevalenza di ovini, da cui derivavano anche le lane, ma specialmente ricco era in alta valle ove venivano prodotti in abbondanza anche burro e formaggi, salumi e altre grassine.
Le officine del ferro erano tuttavia il futuro della valle del Mella: assai apprezzato era l’”azzale” prodotto con il ferro della Valle Trompia; in valle poi si producevano armi ma anche attrezzi agricoli e utensili domestici (Lumezzane). La città di Brescia tentò a più riprese (1428, 1440) di accentrare su di sé l’intera produzione siderurgica del territorio, ma senza successo. Venezia infatti consentì ai piccoli produttori di commerciare liberamente in “ferrarezze”. I manufatti venivano spesso venduti direttamente dalle ditte, senza bisogno, come nei sistemi di mercato odierni, dell’anello intermedio dei commercianti. Talvolta erano gli stessi artigiani a portare ai mercati i loro prodotti finiti. Meno nota, e anche meno cospicua rispetto a quella del ferro, era in Valle Trompia l’estrazione del piombo. Per produrre la polvere pirica era necessario il salnitro, ottenuto miscelando escrementi e urine di alcuni animali, specie capre. A tale scopo Venezia incentivò, monopolizzandola, tale produzione e nei paesi sorsero un po’ ovunque recinti (denominati tese tesoni) per l’allevamento di queste bestie. Una speciale produzione che attecchì nella valle del Garza fu quella delle cartiere di cui  si dirà oltre.
Dalla relazione del podestà Paolo Correr (1562) risulta che la Valle Trompia contava in quel tempo circa 18 mila abitanti distribuiti su 38 centri e 17 Comuni; vi era un Consiglio di Valle (una Comunità Montana d’altri tempi) che si riuniva a Tavernole ed eleggeva nel suo seno un vicario; i Valtrumplini pagavano ai Dogi la tassa ducale, la loro limitazione e il sussidio; le colture ivi praticate erano bastanti al sostentamento delle genti locali soltanto per due mesi l’anno; vi erano poi otto forni da ferro, quaranta fucine e produzione anche di acciai; le principali produzioni metallurgiche fornivano fucili d’ogni genere (tra schioppi e archibugi ne venivano allora prodotti 25.000 l’anno, ma anche palle d’artiglieria, pistole, armi da taglio, lame, balestre, utensili agricoli e chiodi. La valle è descritta particolarmente abbondante di vene di ferro, tant’è che a Collio, tramanda il Correr, lo sfruttamento di tale materia avrebbe potuto alimentare altri venti forni oltre a quelli già in funzione.
Alcune note importanti, specie in riferimento alla popolazione dei singoli Comuni, ci sono pervenute sin dal 1493 e d’ora innanzi faremo riferimento anche a tali dati (citati in Viaggio in Valtrompia).
Dal punto di vista religioso memorabili le visite di S. Bernardino a Gardone (1443), e poi del vescovo Domenico Bollani (1567). L’aspetto religioso è di fondamentale importanza in quanto, come sostiene il Guerrini, era allora un tutt’uno con la vita civile, insieme alla quale esso faceva parte della medesima vicenda storica influenzandone e compenetrandone lo svolgersi.
A tal proposito sono interessanti le vicende di Gardone e di Collio, paesi in cui è stata tramandata una storia religiosa “sui generis”, con la presenza di riottosi elementi eretici al tempo del vescovo Bollani (metà del XVI secolo).