Allo scoppio della guerra (10 giugno 1940) anche in Valtrompia, dopo i primi mesi nei quali il conflitto pareva risolversi positivamente per le potenze dell’Asse, andò crescendo nella popolazione il malcontento, aggravato dalle sofferenze che il conflitto portava con sé. Comunisti, socialisti, cattolici popolari rialzarono la testa e intensificarono la loro propaganda anti-fascista, come si evince dai numerosi rapporti dei Carabinieri e della Prefettura. Dopo il 25 luglio 1943 e l’esautorazione di Mussolini dal Governo, e ancor più in seguito all’armistizio diffuso l’8 settembre successivo, la valle fu percorsa da soldati allo sbando, prigionieri in fuga, e si costituirono i primi organismi di coordinamento dell’antifascismo. I monti valtrumplini (Croce di Marone, Colma di Zone, Croce di Pezzolo) divennero teatro d’azione di vari gruppi di partigiani e ribelli. Nell’ottobre 1943, agendo nottetempo, i rivoltosi rubarono un consistente numero di armi alla fabbrica Beretta. Già la mattina del 7 ottobre alcuni antifascisti che lavoravano in Beretta vennero tratti in arresto e successivamente rilasciati. Il mese successivo camicie nere supportate da tedeschi attaccarono le formazioni avversarie e sgombrarono dai partigiani Croce di Marone e Colma di Zone. Venne costituito, sempre nel novembre 1943, un battaglione partigiano denominato “Valtrompia”, affidato al comando di Giuseppe Pelosi. A fine mese i nazifascisti rastrellarono i monti dell’alta valle, e il 13 dicembre numerose camicie nere diedero la caccia ai nemici sulle alture sopra Gardone. Il 1943 si chiuse con una sostanziale vittoria dei repubblicani di Salò. Ma nel 1944 i partigiani si rafforzano costituendo diverse brigate comuniste, socialiste e cattoliche. L’alta valle cadde in mano partigiana; a Gardone fascisti e tedeschi posizionarono una sbarra che di fatto divideva in due la valle. Il 24 giugno nelle vicinanze del monte Guglielmo si verficò uno scontro tra partigiani e nazifascisti, favorevole ai secondi che catturarono alcuni giovani. Il 15 agosto fu contrassegnato da un altro fatto di sangue a Bovegno, dove persero la vita 15 persone. Frattanto le fabbriche d’armi che in tempo di pace producevano fucili da caccia vennero convertite alla produzione militare e il personale aumentato di numero, soprattutto grazie al lavoro delle donne [1]; alcune fabbriche mutarono radicalmente produzione nel volgere di pochi mesi, come la O.M., presso l’Arsenale, che iniziò nel 1944 una nuova produzione di autocarri a uso militare. A Marcheno risultava attivo uno stabilimento per la produzione di bachelite. [2] Il personale di tutte le fabbriche che in qualche modo potevano essere utili alle forze armate venne aumentato considerevolmente, mentre rallentava la produzione in quelle aziende non strategiche per la guerra.
 
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Bombardamento alla Beretta (3 aprile 1945)
 
Nel 1944 si intensificarono i bombardamenti alleati, incoraggiati dalle carenti difese anti-aeree e dalla presenza in Valle Trompia di numerose fabbriche. Gardone fu tra i centri presi di mira; l’Arsenale venne colpito, senza gravi danni, il 12 gennaio 1945; in quell’occasione venne distrutta una casa nel centro del paese e sterminata un’intera famiglia; si decise, di conseguenza, di approntare in località Navezze una vedetta interzonale operaia sostenuta dalle industrie locali; altri danni, alle sole cose, provocò un terzo bombardamento il 3 aprile 1945. Frattanto i tedeschi cercavano di aprirsi una via di fuga attraverso rastrellamenti e rappresaglie, in genere sostenuti dalle camicie nere e dalla G.N.R.; venne nel frattempo allargato il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) con il compito di prepararsi all’insurrezione finale. Ma il 19 aprile 1945  in un combattimento sul Sonclino, sopra Lumezzane, restarono sul campo 18 vittime tra i partigiani; dalle fonti in nostro possesso non vengono menzionati caduti tra i fascisti. Lo stesso giorno le principali fabbriche gardonesi si fermarono per uno sciopero. Il 25 aprile a Gardone la partita non pareva tuttavia ancora conclusa: la presenza in paese di guastatori tedeschi indicavano l’intenzione di minare la Beretta; dopo una difficile trattativa, concomitante con l’insediamento in vari comuni delle giunte del C.L.N., lo stabilimento venne risparmiato. Alcuni morti su entrambi i fronti si registrarono non solo durante tutto il 1944 e i primi mesi dell’anno dopo, ma anche nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile 1945, contemporaneamente al ritiro dei germanici che risalivano la provinciale verso l’alta valle. Tra gli eccidi più gravi quello di Lumezzane, dove vennero massacrati dalla brigata comunista di Tito Tobegia undici persone.
 
 
 
 
Staffette partigiane 
 

[1] Si pensi che, secondo documenti dei servizi segreti alleati alla Beretta nel 1944 lavoravano circa 3.000 persone.
[2] Si tratta di una materia plastica; durante la sua visita a Marcheno nel giugno del 1941 il Prefetto Ciotola non mancò di passare in rassegna macchinari e maestranze del citato stabilimento (C. SABATTI, “Marcheno nella storia e nell’arte”, p. 313).