Tra i personaggi che hanno dato lustro alla valle e favorito il suo progresso in vari campi nella prima metà del ‘900 ne citiamo alcuni, senza che altri ce ne vogliano: la trattazione meriterebbe un intero volume. Molti anzitutto sono coloro che hanno donato la propria vita o l’hanno messa a repentaglio nell’adempimento di un dovere o nell’affermazione di un ideale. Tra essi fu senz’altro il tenente Zaccaria Almici da Cesovo, medaglia d’argento al valor militare per un’intrepida azione sul Carso che gli costò la vita il 24 ottobre 1917.
Il sottotenente Virgilio Montini, classe 1917, figura tra i Caduti della seconda mondiale: venne fucilato dai partigiani jugoslavi nel 1943.
Meritò la medaglia d’argento al valor militare, alla memoria, Giuseppe Pasotti di Nave, un ragazzo del ’99 (come tanti altri giovani virgulti che si fecero onore nella grande guerra) il quale morì nel 1918 sul Montello. Altri Pasotti, come annota il Sabatti nel suo libro sulle famiglie e gli stemmi valtrumplini, furono impegnati sui vari fronti militari senza venir meno al dovere e talvolta pagando con la vita la loro totale dedizione alla Patria. Medaglia d’argento al valor militare nel 1918 ebbe in consegna parimenti Pietro Poli di Bovegno, appartenente al XXIII battaglione d’assalto dei Carabinieri. Lo stesso tipo di medaglia fu conferita nel 1917 ad Abramo Tanghetti del V reggimento Alpini.
Giovanni Paterlini da Lodrino, tenente alpino, ottenne la croce di guerra al valor militare per una coraggiosa e generosa operazione compiuta in Etiopia nel 1936. Un altro Paterlini, Pietro, fu insignito della medesima croce di guerra per le sue azioni da partigiano tra il 1944 e il ’45, in cui mostrò ardimento e tenacia. Il partigiano Ivano Piotti morì a soli vent’anni nel Savonese «mentre tentava di rompere l’accerchiamento di reparti nazifascisti in rastrellamento» (Ragnoli). Partigiano e presidente delle Fiamme Verdi valtrumpline fu Giulio Tanghetti di Bovegno.
Tra gli arditi della divisione alpina Tridentina impegnata sul difficile campo sovietico figurano Guerrino Tavelli (medaglia d’argento al valor militare) e Giuseppe Zanolini, quest’ultimo insignito della croce di guerra per la partecipazione a operazioni militari tra il 1940 e il ’43 e dell’attestato d’onore per la Campagna di Russia (1942-’43). Altri Zanolini militarono pure con onore nei nostri reparti durante le guerre.
L’elenco dei Caduti potrebbe continuare, e meriterebbe di certo più spazio, certi che coloro che per la Patria, nell’adempimento di un dovere o per un ideale hanno donato quanto di più prezioso possedevano meritano comunque di essere ricordati.
In Lumezzane spiccò la figura di sindaco prima (1922-1926) e podestà poi (1926-1929) del cav. Angelo Becchetti, imprenditore, che guidò il Comune nella difficile fase della sua unificazione, da egli fortemente voluta; fu anche nominato giudice conciliatore di Lumezzane (1929) e in seguito presidente della Commissione Distrettuale. Morì nel 1955 all’età di 79 anni. I suoi figli si distingueranno sia proseguendo l’attività imprenditoriale paterna che in vari campi dell’amministrazione, del credito, dell’associazionismo.
I fratelli Contrini dalla fine degli anni ’20 si distinsero nelle discipline invernali, sci e alpinismo; Aldo fu, tra l’altro, maestro di sci del principe Umberto di Savoia. Uno dei più importanti sci club di Valle Trompia, quello di Pezzoro, fu fondato da un altro Contrini, Giuseppe, nel 1945.
 
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Padre Giovanni Fausti (1936)
 
Figura di sacerdote coraggioso e innovativo Giovanni Fausti, nativo di Brozzo, amico di papa Paolo VI, venne massacrato dai comunisti albanesi a Scutari nel 1946, a soli 47 anni.
Secondo Fracassi, cavaliere, era attivo con una segheria in Collio e organizzò, per primo, un servizio di diligenza con cavalli in alta valle, e poi, insieme ai due soci bovegnesi Gatti e Giacomelli, un servizio di corriera tra Tavernole e Collio. Sempre con Gatti e Giacomelli impiantò una segheria più moderna a Marcheno, dotata di una propria centrale elettrica. Divenuto costruttore si diede alla realizzazione di strade e infrastrutture: nel 1931 costruì la strada Tavernole-Marmentino, nel 1932 allargò quella del Maniva, e di lì a poco edificò l’albergo Valtrompia di Collio. Figura di grande lavoratore dotato d’ingegno e volontà ricevette il diploma di Gran Croce quale Benemerito del lavoro. Anche grazie a queste sue qualità ottenne stima e rispetto nella comunità e si guadagnò “sul campo” un ruolo politico di primo piano. Infatti nel 1930-’31 e poi nel 1944-’45 fu commissario prefettizio a Collio, e nello stesso centro fu per molti anni giudice conciliatore.
Notevoli meriti nel campo dell’edilizia assommò l’impresa Paterlini, fondata nel 1915 dai fratelli Cristoforo e Bonomo di Collio e in seguito di molto sviluppatasi.
Eccezionale figura d’industriale e uomo dagli alti valori fu Pietro Beretta, che raccolse l’eredità del padre (e degli avi) nel 1903. Da piccola officina, trasformò negli anni la ditta in un importante stabilimento, sino a farne la più significativa fabbrica d’armi dell’intera Nazione. Sempre a fianco dei Gardonesi, coi quali volle condividere le stesse vie e le stesse piazze quando sarebbe stato di certo più comodo vivere in una città oppure arroccarsi in una villa lontano dai rumori del lavoro, portò a oltre 1.000 i dipendenti, che nel 1957 raggiungeranno il significativo numero di 1.500. Al di là degli indiscutibili meriti prettamente industriali [1] promosse l’istituzione a Gardone del “Banco Nazionale di Prova”, fece costruire case per i dipendenti e la “capanna Beretta” sede di colonie estive presso il Maniva (1935), e fece aprire presso il “quadriportico”, che ancora oggi porta il suo cognome, spacci aziendali che vendevano merci a prezzi ribassati per gli stessi dipendenti. Fu Cavaliere della Corona d’Italia già nel 1903, Ufficiale nel 1918, Commendatore nel 1920, Cavaliere del lavoro nel 1922. Nell’anno della sua scomparsa, il 1957, verrà ricordato con un efficace discorso dall’allora sindaco di Gardone Angelo Grazioli, che tra l’altro di lui dirà: «…Pietro Beretta può essere veramente considerato l’antesignano delle virtù del nostro popolo: serietà, onestà, costanza, intelligenza. Non c’è famiglia…che non sia toccata da questa dipartita perché…la stragrande maggioranza della vita dei gardonesi ha fatto perno sull’attività di questo nostro grande concittadino…».
Già fornitori di una valida stirpe di industriali i Glisenti diedero infine lustro alla valle anche nella prima metà del ‘900, quando Fabio, avvocato, fu direttore dell’Archivio di Stato di Brescia per ben 22 anni, dal 1898 al 1920.
 
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Busto di Francesco Glisenti
 
 
[1] Basti citare la creazione, sotto la sua gestione, del moschetto automatico calibro 9, del sistema monoblocco nell’accoppiamento delle canne, del fucile da caccia a canne sovrapposte e, nel novero delle armi corte la pistola automatica cal. 9 (Antologia Gardonese, p. 190)