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 Giuseppe Zanardelli 
 
 
Il nuovo secolo si apre con la scomparsa, nel 1903, di uno dei personaggi politici chiave per lo sviluppo della Valle Trompia: Giuseppe Zanardelli. Una controversa disputa storica legherebbe la sua supposta e mai dimostrata conversione al Cristianesimo in extremis; certo e documentato è tuttavia che egli fu legato in amicizia con alcuni membri del Clero a più livelli, e tra questi vi fu don Antonio Salvoni, prevosto a Gardone Val Trompia. Nonostante l’uscita di scena di un così importante sponsor per Brescia e la sua provincia la città nel 1904 accolse in una grande Esposizione i moderni ritrovati della scienza e della tecnica. Nello stesso anno il Comune di Brescia acquistò le sorgenti di Cogozzo, rifornendo così con le acque della Valle Trompia l’acquedotto cittadino.
Ma a funestare il clima che preludeva in quegli anni a un’età più prospera furono le violente agitazioni degli operai; già nel 1902 a Gardone, ove era più forte l’influenza della Camera del Lavoro(l’attuale C.G.I.L.), si era scioperato e aveva tenuto comizio il socialista Claudio Treves. E ancor prima, nel 1901, a Inzino le maestranze delle chioderie avevano scioperato per quasi un mese ottenendo aumenti di salario. Ma quello del 1904 fu uno sciopero di proporzioni inaudite: per ben 98 giorni, sebbene non consecutivi, mezzo migliaio di operai della ditta Redaelli incrociarono le braccia, ottenendo alla fine solo parziale soddisfazione.
 
Gli equilibri politici della valle erano peraltro differenti dal resto della provincia, ove prevalevano in genere i cattolici moderati; specialmente nei centri industriali valtrumplini infatti era preponderante il “blocco popolare” formato da liberali, socialisti e repubblicani. Specialmente i secondi si andavano schierando su posizioni sempre più massimaliste. Nel 1911 la tensione salì alle stelle quando gli oppositori alla guerra di Libia tentarono di bloccare i tram per la Valle Trompia scontrandosi con le forze dell’ordine. Il clima “caldo” della valle è testimoniato dai rapporti prefettizi: «…(i Valtrumplini n.d.r.) si astennero ostentatamente da questa dimostrazione patriottica (la commemorazione delle X Giornate di Brescia n.d.r.) soltanto gli anarchici e i socialisti ufficiali, costituenti un’esigua minoranza reclutata specialmente nel ceto operaio di poche categorie di lavoratori di questo capoluogo (Brescia n.d.r.) e dei centri industriali della Valle Trompia».
 
 
 
Padroni e operai a Lumezzane (primi del '900)
 
Il divampare della prima guerra mondiale nel 1914 e il successivo intervento dell’Italia nel 1915 non dissuasero gli operai valtrumplini dallo scioperare. Nel 1916 diversi operai della Redaelli si fermarono nonostante la guerra in corso avesse riflessi benefici sull’economia industriale e in particolare armiera della valle. Si trattava di scioperi in genere assai politicizzati (ABENI V 267). Nel frattempo le maestranze avevano ottenuto di non lavorare il sabato pomeriggio.
Dal 23 maggio 1916 la nostra provincia fu dichiarata in stato di guerra, confinando con l’Austria. Collio venne compreso nella zona di sbarramento. Anche in Valtrompia entrò in vigore la legge militare e molti poteri passarono nelle mani dei soldati. La produzione, e a maggior ragione quella armiera, venne militarizzata. Le autorità applicarono un giro di vite contro gli oppositori alla guerra: già nel luglio 1915 venne arrestato e inviato al domicilio coatto il sindaco socialista di Gardone Angelo Franzini e con lui alcuni componenti il consiglio, la giunta e militanti. I circoli socialisti di Gardone, Inzino, Zanano e Villa-Cogozzo vennero sciolti d’imperio. Come si diceva, l’industria valtrumplina trasse beneficio dalla guerra: la Regia Fabbrica d’Armi gardonese incrementò i dipendenti da 190 nel 1911 a 920 nel 1915, e a 3.790 nel 1917. Le maestranze di fabbrica, che in genere lavoravano con volontà e abnegazione, videro raddoppiare e, in certi casi, triplicare il salario (ABENI V 274). Nonostante ciò gli agitatori socialisti, contrari alla guerra, continuarono nel loro atteggiamento, che dagli avversari era bollato come “disfattista”, e talvolta promossero, incuranti del grave frangente, agitazioni e scioperi. L’agricoltura patì l’improvviso travaso di braccia verso le ditte metalmeccaniche. Ad aggravare la situazione fu la sospensione dell’esercizio della caccia con ordinanza della Deputazione Provinciale del 12 agosto 1915. Le tasse si erano fatte inoltre  più pesanti, gli orari dell’illuminazione, degli spettacoli e dei pubblici esercizi vennero limitati, e i civili non meno dei militari concorsero con il sacrificio ad una vita comoda alla spinta decisiva verso la Vittoria del 4 novembre 1918. La Valle Trompia restò ai margini dei combattimenti, sebbene a Cima Caldoline venisse attrezzata una mulattiera militare e alcuni reparti transitassero anche dai nostri monti.
Al termine del conflitto si verificò un’epidemia di influenza detta “spagnola”, che mietè diverse vittime anche in valle. L’industria valtrumplina entrò in crisi, per almeno tre motivi:
1)      diminuzione della produzione metallurgica, metalmeccanica e in special modo armiera con conseguenti licenziamenti in massa;
2)      disoccupazione dei reduci;
3)      aumento del costo della vita.
Tuttavia la crisi dell’industria valtrumplina fu meno drammatica di quella vissuta in altre zone della provincia e in città [1].
La risposta dello Stato liberale a questi problemi fu insufficiente o nulla, mentre i titolari d’impresa si arroccarono su posizioni di chiusura, fronteggiate da gruppi sempre crescenti di operai massimalisti. In diversi centri della Valle Trompia i socialisti, compattatisi sotto l’ala di sinistra, insediarono le loro maggioranze. Essi in genere, spalleggiati da anarchici o semplici agitatori, miravano alla lotta aperta contro lo Stato, da essi visto come l’incarnazione del capitalismo borghese e non di rado propugnavano progetti di sovietizzazione (ABENI V 343). Per odio di classe e istigazione a delinquere nel 1920 fu condannato uno dei dirigenti del P.S.I. bresciano, assai attivo anche in valle: Domenico Viotto.
Se socialisti e popolari (questi ultimi prevalenti in 14 comuni nelle elezioni del 1919) si contendevano il potere locale in Valle Trompia, fu inizialmente molto debole la presenza dei neonati fascisti [2], mentre i liberali amministravano soltanto Carcina, “feudo” dei Glisenti. Tali equilibri politici furono riconfermati dalle elezioni del 1921, con i popolari al 50% e i socialisti in lieve flessione, dal 28 al 26%. In questo periodo le autorità liberali statali furono incapaci di arginare la violenza e il ribellismo che divampò ovunque nel cosiddetto “biennio rosso”. Solo per citare alcuni fatti: nel gennaio 1920 ancora operai della Redaelli in sciopero, mentre nelle campagne scoppiavano le prime agitazioni contadine. Di lì a poco anche le miniere di Collio e Bovegno interruppero la produzione a causa di una serie di scioperi. Ma il fatto più grave si registrò a Sarezzo il 27 giugno 1920 dove i socialisti e gli anarchici tentarono d’intervenire a una manifestazione organizzata dalle leghe sindacali cattoliche, al che sorse un tafferuglio in seguito al quale un carabiniere venne ucciso da un colpo d’arma da fuoco; il degenerare degli scontri innescò la dura reazione dei Carabinieri e il bilancio finale aggiunse al militare ucciso altri quattro morti e quindici feriti tra i manifestanti. Scioperi e occupazioni di aziende proseguirono sino alle amministrative dell’autunno 1920.


[1] Cfr. P. PAGANI, p. 49.
[2] Benito Mussolini fondò i Fasci il 23 marzo 1919 a Milano.