Il fenomeno oggi noto con il termine di “globalizzazione”, pur essendo sconosciuto sotto l’aspetto lessicale nel periodo dei primi anni ’80, mosse i primi passi proprio in quel frangente.
Gli imprenditori si iniziarono a spostare sempre più spesso, viaggiarono, presero l’aereo più frequentemente. D’altronde le merci correvano sempre più velocemente, e andavano sempre più lontano, Il Mercato Comune Europeo (M.E.C.) si allargò e intensificò gli scambi. Le informazioni estendevano il loro già ampio raggio, anch’esse correvano sempre più, sulle linee del telefono, sulle veline dei telefax, marginalizzando la posta ordinaria e il telegrafo. Le telescriventi – evoluzione delle vecchie macchine per scrivere – vennero presto rimpiazzate dagli elaboratori elettronici, attrezzature queste ultime sempre più diffuse nelle aziende, non ancora nel privato. Le macchine a controllo numerico, gli utensili automatizzati e altri accessori moderni si diffusero un po’ in tutte le fabbriche di grandi e medie dimensioni, ma fecero la propria comparsa anche presso artigiani e piccoli imprenditori più aperti al nuovo. Anche la Valtrompia cominciò a guardare all’esportazione, in misura spesso preponderante. L’export compensò infatti la perdita di quote di mercato interno che aveva colpito molte aziende negli anni ’70. Il commercio, la distribuzione di merci mutò radicalmente: la maggior parte dei supermercati della valle sorse tra la metà degli anni ’70 e il 1990.
Sotto l’aspetto demografico gli anni ’80 furono caratterizzati anche in Valtrompia da un calo del tasso di natalità e, di conseguenza, da una sostanziale stabilità della popolazione residente. Se in bassa e media valle i maggiori centri rimpinguarono i loro numeri anagrafici per effetto della migrazione centrifuga da Brescia (la città aveva raggiunto la sua massima grandezza nel 1975 con 215.000 abitanti, ma alla fine degli anni ottanta ne contava già meno di 200.000) e di un’incipiente prima ondata migratoria straniera, in alta valle i paesi tendevano a spopolarsi, e tra essi vi erano anche i due centri demograficamente più importanti della valle nell’età moderna: Collio e Bovegno. In questi due comuni la popolazione scese da circa 3.300 abitanti ciascuno nel 1951 a 2.300 che, accomunati da identico destino, essi contavano nel 1991. A giocare a sfavore delle aree montane qui descritte la carenza di possibilità d’impiego, constatato il fatto che le miniere vennero chiuse proprio a partire da quegli anni: nel 1985 a chiudere fu la maggiore tra esse, la Sant’Aloisio di Collio, che aveva dato lavoro e lustro alle fatiche delle maestranze locali da sempre distintesi per sacrificio, impegno, competenza.
La popolazione cambiò anche dal punto di vista razziale: sempre più vecchia, e incrinata nella sua struttura italiana dalla comparsa dei primi stranieri: africani a partire dai primi ottanta, europei dell’est verso la fine, con il crollo del blocco ex sovietico. Dunque anche la composizione demografica iniziò a globalizzarsi negli anni ’80.
 
E’ l’Italia che stava cambiando, era il mondo a cambiare: la nostra economia effettuò una brusca virata verso lo sviluppo del settore terziario, in particolare quello avanzato. La valle del Mella restò ancora per qualche anno un’isola industriale in un clima nazionale di generale disarmo del potenziale secondario che tanto aveva fatto progredire il nostro Paese. Mentre si avviavano al fallimento o al ridimensionamento i grandi colossi della siderurgia di Stato, mentre l’Italsider e l’ILVA venivano rottamate, svendute, mentre le aziende pesanti, meccaniche, metallurgiche venivano lasciate sole o malamente gestite da una politica affaristica e antisociale, la nostra valle resisteva; superarono così la sfida della concorrenza certo perdendo qualche piuma, ma tenendo sostanzialmente il punto. A crollare definitivamente fu il comparto tessile, con la chiusura dell’ultimo agonizzante stabilimento, il cotonificio Bernocchi di Villa Carcina nel 1992.
L’urbanistica dei paesi si trasformò: i piani regolatori ormai appartengono a tutti i centri, anche i più infimi, salvo rare eccezioni. A crescere è l’edilizia di espansione e completamento, ma non solo, sicché la saturazione degli spazi ragionevolmente edificabili, alla fine del decennio, divenne ormai totale. Dopo le tipologie multipiano in voga negli anni ’60 e ’70, comparvero le case a schiera, le villette residenziali strutturate in interi quartieri, l’edilizia convenzionata: il territorio venne consumato e crebbero le seconde e terze case. Per citare qualche esempio alla fine dei ’70 a Gardone sorse il vasto quartiere popolare di Padile; a Lumezzane, qualche anno più tardi, le aree di espansione a nord di Gombaiolo, a sud di Piatucco, a Gazzolo, a Premiano, Mosniga; dopo le I.N.A. Casa e i villaggi operai dei decenni precedenti, furono gli anni delle case Gescal e Iciap, delle cooperative che edificavano a prezzi agevolati; vaste aree di Concesio (Costoro, S. Vigilio, Campagnola) videro sorgere numerose palazzine, file di case, quartieri nuovi, villette; a Sarezzo sorsero i primi nuclei a Noboli, Zanano, e in valle di Sarezzo; Villa Carcina, Marcheno, Lodrino, Tavernole, Gardone, Dimezzane, Polaveno, Nave e Bovezzo e non solo le attività produttive vennero rilocalizzate nelle Z.A.I. (zone artigianali e industriali): la globalizzazione nella sua manifestazione urbanistica si tradusse nella separazione e specializzazione d’uso degli spazi.
I vecchi centri storici assistettero alla lenta agonia degli esercizi di vicinato, le animate botteghe che servivano e presidiavano un tessuto sociale ora in decadenza e disgregazione. La perdita di forza vitale dei cuori paesani preparò il terreno all’occupazione straniera, fatto che diverrà conclamato nel corso del successivo doppio lustro.
A fare progressi fu invece la motorizzazione, che raggiunse livelli molto prossimi alla saturazione: nel 1990 in Val Trompia circolavano all’incirca 100.000 automezzi, con un rapporto tra autovetture e numero abitanti introno allo 0,9. Qui i mezzi pesanti erano tuttavia più numerosi che altrove, mentre al di sotto della media nazionale risultavano i motocicli. L’uso dell’auto per gli spostamenti anche brevi è documentato dalle ricerche sulla mobilità sistematica[1] e i flussi origine – destinazione, nonché dalla contemporanea diminuzione dell’uso dei mezzi pubblici. Nessuna novità concreta venne a delinearsi per il raccordo autostradale per la valle, e rare furono le infrastrutture stradali al servizio della Valtrompia durante il decennio, se si eccettua una realizzazione indiretta e di completamento, ovvero l’ultimazione della tangenziale ovest nel 1986.
Pure in crescita furono il reddito e con esso l’accesso a beni e servizi sempre più improntati al consumismo: nel 1984 le utenze telefoniche assommavano a 16.845 di cui 15.530 in bassa e media valle; gli abbonamenti TV passarono da 22.417, di cui 1.683 a colori, nel 1978, a 26.069 di cui la metà a colori, nel 1986.
Sotto l’aspetto economico furono in genere anni di ripresa, in molti casi anni d’oro per l’intrapresa trumplina. Si prenda ad esempio l’importante commessa per la fornitura all’esercito degli U.S.A. di 435.930 pistole 92F (altimenti denominate M9) che, nel 1984, fu vinta dalla Beretta; nel 1989 dagli Stati Uniti giunse un altro ordinativo per ulteriori 56.705 pistole. I numeri parlano chiaro a indicare la floridità del periodo per l’industria gardonese: nei primi anni ottanta la Beretta produceva mille armi al dì, vantava un capitale sociale di 5 miliardi di lire, 1.300 dipendenti nello stabilimento di Gardone (mq 55.000) e nelle filiali o partecipazioni di Roma, in Francia, Grecia, Stati Uniti, Brasile. Altro comparto a volare negli anni ottanta, quello dei casalinghi, delle rubinetterie, e in genere dell’industria meccanica e metallurgica concentrata nel distretto di Lumezzane e Sarezzo, ma anche in centri minori come Marcheno, Polaveno, Lodrino; la produzione, in questo tipo di manifatture, raggiunse ottimi livelli qualitativi e soluzioni innovative sovente protette da brevetti, risultando così fortemente competitiva a livello nazionale e internazionale: il gigante cinese, le tigri orientali si stanno risvegliando lentamente. La diffusione dell’uso della plastica e la funzionalità dei solventi per la stessa industria locale diede impulso a industrie chimiche di nuova concezione nella stessa Lumezzane, a Gardone, e in bassa valle.
Tutto questo sviluppo non fu però privo di ombre: specie nei primi anni ’80 infatti la disoccupazione ebbe a crescere[2]. Inoltre le aziende, secondo una caratteristica che si rivelerà per certi versi essere una forza ma anche un debolezza del sistema produttivo trumplino, risultavano polverizzate in una quantità di piccole unità locali peraltro, altro tratto tipico del settore manifatturiero valtrumplino, assai poco diversificate. Anche le imprese edili, ad esempio, furono avviate spesso a livello familiare e non raggiungevano che in alcuni casi dimensioni ragguardevoli.
L’edilizia pubblica negli anni ’80 operò in valle in regime di completamento, rivolto a una sequela di infrastrutture primarie e secondarie di grande rilievo: la Valle Trompia ne risulta arricchita in termini di strutture sportive, ricreative, sociali che la pongono senza tema di smentita tra le zone meglio attrezzate della Nazione. Non mancano, per esempio, le grandi realizzazioni scolastiche – e non è un caso che siano quasi tutte a servizio delle scuole superiori, vista l’onda demografica degli anni ’60 e il contemporaneo calo delle nascite dei ’70 e ‘80 -: ecco allora il complesso polivalente a Sarezzo (1983) che raggruppa medie, istituto per ragionieri e segretari d’azienda e, in seguito, il liceo artistico, ma dispone anche di un polo sportivo con campo da calcio in erba, pista d’atletica, piastra da pallacanestro, pallavolo, tennis. Importanti realizzazioni pure tra le attrezzature sportive con il sorgere di nuovi terreni di gioco, specie di calcio, il più importante dei quali fu senz’altro il nuovo stadio comunale di Lumezzane, inaugurato nel 1987 e capiente di 4.150 posti. Anche la marcia del metanodotto, interrotta nel ventennio precedente, riprese con vigore: nel 1989 iniziarono le erogazioni a Marcheno e nella frazione di Cesovo, e di lì a breve vennero allacciate alla rete anche Tavernole e Cimmo.
Una società dunque più ricca, più complessa, con meno operai e più impiegati e dirigenti, con meno manovalanza e più lauree, con meno “trumplinità” e più inglese e informatica, con meno capitani d’industria e più manager ed economisti, con meno parsimonia e più consumi, con meno matrimoni e più divorzi; una società per certi versi meno coesa, sfilacciata, sempre operosa ma meno serena, più nervosa, frettolosa, ansiosa. Una società che, a seconda dei casi, colse l’opportunità a raccogliere la sfida dell’immigrazione integrandola nella sua millenaria civiltà del lavoro, ma diede prova di forti scompensi laddove l’immigrazione assumerà negli anni a venire i connotati di un’invasione senza controllo.
Il fenomeno globale nacque proprio allora. Muoverà i primi passi, e saranno passi da gigante, con la “terza rivoluzione” di internet tanto che, similmente a quanto era avvenuto con l’età dei metalli e con la rivoluzione industriale, si può dire che la vita non sarebbe più stata come prima.


[1] La mobilità sistematica è quella che si compie per ragioni di lavoro o studio.
[2] Cfr. PAOLILLO, p. 200.