Scrive Guido Piovene nel suo «Viaggio in Italia»: «La forza del Bresciano non risiede in Brescia città, benché sia questa per il numero di abitanti la seconda città della Lombardia. Bisogna cercarla nelle vallate, in Valle Trompia e in Valgobbia, in certi nuclei di grosse famiglie industriali che vi sono annidate, casa e stabilimento». Famiglia, Lavoro, Tradizione. Questi tre sostantivi hanno puntellato la vita della valle del Mella da tempo immemorabile. L’attaccamento alla famiglia, ai suoi valori, si è sempre prolungato nell’interesse per la comunità e il suo bene, e la comunità è stata vissuta dalla gente valtrumplina come una grande parentela, con le sue regole, le medesime esigenze, gli stessi problemi della fondamentale cellula sociale. L’approccio – e gli anni cinquanta furono da questo punto di vista la continuità – è stato pratico e basato sulla forza della volontà, così come il ferro, duro e freddo, s’estraeva dalla notte dei tempi e, attraverso le vene della roccia perveniva al calore dei forni per farsi materia pulsante, viva, e infine utile. Da gente di ferro non poteva che derivare un modus vivendi (ecco qui la Tradizione innestata qui in valle sull’onnipresente Lavoro) improntato a sentimenti semplici, scevri di sentimentalismi, temprati dall’etica del dovere. Il tempo della ricostruzione rappresentò un formidabile banco di prova per tutte queste qualità insite nella genetica, così come ha saputo tratteggiare con efficacia non priva di suggestione Sandro Fontana in un suo recente contributo[1].
Come s’è fatto cenno nel precedente capitolo, le istituzioni pubbliche avviarono un programma di opere, con una speciale attenzione ai bisogni e alle aspirazioni dei ceti meno abbienti. Sorsero nuovi quartieri di edilizia economico-popolare, i villaggi “Marcolini”, le prime case monofamigliari, dotate, assecondando l’estrazione ancora in parte rurale della popolazione, di un orto, di un fazzoletto di verde. Lo spazio d’altro canto non difettava nemmeno in Valtrompia, sebbene venissero innalzati nei centri dei maggiori paesi alcuni edifici a più piani. A Gardone Val Trompia fu calcolato che nel ventennio 1945 – 1965 furono edificati 1.274 nuovi appartamenti. A Nave, tra il 1946 e il 1960 ne furono costruiti 549, per un totale di 2.366 nuove stanze. A rendere più moderna, confortevole la vita dei residenti (ma anche per precise esigenze del sistema produttivo), vennero migliorate le reti tecnologiche: il metanodotto avanzò in bassa e media valle, raggiungendo anche i centri della prima valle del Garza; nel 1955 Villa Carcina e Sarezzo, pochi mesi dopo Lumezzane e Gardone. Fu posta mano anche agli acquedotti, e la corrente elettrica si diffuse quasi ovunque. Numerose le realizzazioni, primarie e secondarie, durante tutto il decennio in esame: dal teatro cinema San Filippo in Gardone (1952) all’inaugurazione della seggiovia Collio-Pezzeda, alla presenza del gen. Umberto Nobile (29 luglio 1956); dall’adibizione a casa di riposo dell’infermeria cronici di Bovegno (già ospedale di San Giovanni) avvenuta nel 1957 alla costruzione di chiese, oratori, campi e attrezzature sportivi in vari paesi della valle, fino a scelte strategicamente anche discutibili ma orientate tuttavia nel segno della “modernità” come allora la si intendeva, come avvenne per la sostituzione, a partire dal 1954, del servizio di tram, da allora soppresso, con autocorriere. Né si deve pensare che, di fronte all’avanzare della modernità, la Valle fosse una realtà univoca, né che fossero andate del tutto perdute le caratteristiche proprie di un sistema sociale in trasformazione talvolta lenta e tardiva. Basti pensare ai centri montani, dove le operazioni agresti ancora occupavano tempo, energie, e i cicli naturali influivano sugli esiti di colture e raccolti: nell’estate del 1952, per citare un esempio, si verificò una siccità che – annotò don Luigi Baronio nella sua cronistoria di Lodrino - «…perdura con ritmo crescente…il secondo taglio del fieno è ormai sfumato…pertanto s’inizia un triduo di preghiera al cimitero…».
La propensione dei Valtrumplini al risparmio, che raramente degenerò nella speculazione finanziaria, favorì la nascita di nuovi istituti di credito, che spesso richiamavano, anche nel nome, il legame con la terra, l’agricoltura, i buoni frutti di una società concreta e benigna: nel 1951 la Cassa Rurale di Lumezzane, su iniziativa di don Virgilio Alghisi; nel 1955, sempre nella cittadina della Valgobbia fu la volta della Banca Popolare di Lumezzane presieduta da Umberto Gnutti, e furono aperte varie filiali a Sant’Apollonio, San Sebastiano, Sarezzo (presso il Crocevia) e alla Stocchetta.
Tutto lasciava intuire una ripartenza decisa dell’economia, che infatti crebbe già a partire dagli anni cinquanta, d’una crescita ordinata, moderata, progressiva e non traumatica come avverrà in altri periodi successivi. A far da traino, naturalmente, fu qui l’industria. Lumezzane in quegli anni si preparava a compiere il grande balzo che l’avrebbe fatta diventare un polo secondario di eccezionale portata; a guidare la marcia trionfale verso uno sviluppo potentissimo le maggiori famiglie valgobbine, votate alla metallurgia e alla meccanica. Solo per citare qualche nome la Società Eredi Gnutti, produttrice di spolette, arriverà di lì a qualche anno a impiegare 3.200 lavoratori – cui va aggiunto un indotto di circa 5.000 tra artigiani, piccoli imprenditori per conto terzi e lavoranti a domicilio -; la O.M.S. Saleri, capofila nel sotto-settore della rubinetteria, ne ebbe alle dipendenze sino a 1.500, la trafileria Carlo Gnutti 700. A Gardone, accanto alle già ben sviluppate fabbriche d’armi, ne sorsero di nuove: la Zoli (1948), la F.lli Gamba (1949); frattanto la MI-VAL negli anni cinquanta produsse anche motociclette e, in seguito, idrogetti e macchine utensili di precisione; nel 1958 fu data autorizzazione alla Società Dolomite Italiana di estrarre dolomia dalla montagna di Inzino. A Sarezzo funzionavano ancora le calchere e una cava di calce, e la località Valgobbia faceva ancora risuonare i magli, mentre altre officine e stabilimenti spuntavano come funghi sulla strada per Lumezzane. A Villa erano preponderanti l’attività della fonderia Glisenti e delle trafilerie T.L.M., che occupavano alcune centinaia di dipendenti. Con l’ingresso dell’Italia nella Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (C.E.C.A.) proprio negli anni ’50, la produzione della valle del Garza vide, a fianco delle vecchie cartiere e dei tradizionali magli azionati da forza motrice idraulica, sorgere nuovi capannoni adibiti a laminatoi, come documentano i quadri di Martino Dolci, ricchi d’elegia industriale. L’attività ferriera e siderurgica di Nave in particolare, su cui giganteggia la figura dei fratelli Stefana, seppe cogliere il duplice vantaggio (e la geniale intuizione) di usufruire dell’energia nazionalizzata dall’E.N.E.L. – a più basso costo – e del rottame per produrre l’acciaio, in primis il tondino che si rivelerà sempre più richiesto dall’espansione edilizia e cementifera nel decennio successivo[2].
Accanto al permanere del tessuto rurale, nei paesi dell’alta valle proseguiva frattanto l’attività mineraria[3]. Dal 1947 la miniera Marzoli di Pezzaze diede nuovo impulso ai lavori estraendo minerale di ferro (siderite) e, in seguito, fluorite. La Val di Rango (Bovegno) tornò alla ribalta negli anni cinquanta a opera della società Mineraria Prealpina che tra il 1957 e il 1958 riaprì due gallerie. Nel 1955 la miniera Sant’Aloisio di Collio esperì una ricerca di nuovi banchi mineralizzati di siderite; tale impianto, passato dalla Società Terni Acciai alla Tassara nel 1936, conobbe il periodo di massima attività proprio tra il quell’anno e la fine degli anni sessanta. L’avvento dell’elettrosiderurgia fece sì che, tra gli anni ’50 e ’60, la miniera Tortola di Bovegno raggiungesse il massimo della sua produzione storica di fluorite[4]. Proprio negli anni cinquanta cessò invece l’attività la segheria installata presso l’antico forno fusorio di Tavernole.
I centri della bassa valle, nonostante non fossero particolarmente industrializzati, aumentarono il numero di abitanti, mentre quelli dell’alta valle assistettero a situazioni diverse da paese a paese, e a una generale ripresa dell’emigrazione, pressoché cessata durante il Fascismo. Alcuni comuni, che in precedenza erano stati aggregati per decreto nel 1928, si scissero, in taluni casi tornando in antiquo statu: fu il caso, per esempio di Marmentino, in precedenza sotto Tavernole (1955), Irma, staccatosi da Bovegno (1955), Caino, scisso da Nave (1956), e Brione da Ome (tornato autonomo prima del 1950). Complessivamente nel 1951 la popolazione della Valtrompia assommava a 59.130 abitanti, passati a 68.779 nel 1961.
Politicamente la maggior parte delle amministrazioni fu guidata – e ciò avvenne per circa un quarantennio – dalla Democrazia Cristiana. Emblematico l’esempio di Gardone, dove il Sindaco Angelo Grazioli resse l’Amministrazione Civica ininterrottamente dal 1951 al 1977.
 
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Lega operai e panettieri di Brozzo in gita (anni '50)

[1] In «Valtrompia nella storia».
[2] I tondini vengono utilizzati come armatura per i cementi nell’edilizia.
[3] Tale attività è inserita, per peculiarità e caratteristiche di derivazione, nel computo delle imprese agricole, o meglio del settore primario nei censimenti almeno sino agli anni settanta.
[4] La fluorite è un fluoruro di calcio che viene utilizzato prevalentemente come fondente nei processi siderurgici.