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Nell’analisi del territorio Bresciano e valtrumplino in particolare non ci si può esimere da una breve introduzione storica relativa alla cattura dell’avifauna mediante quelle che vengono tecnicamente definite come ‘architetture da aucupio’ (dal latino aucupiu(m) comp. di avis ‘uccello’ e capere ‘catturare’)[1] ovvero antichi impianti fissi venatori utilizzanti reti per la cattura di uccelli e l’esplicazione dell’antica pratica dell’uccellagione.
Oggi, com’è noto, l’uccellagione è vietata. E’ consentita solamente la ‘cattura controllata di uccelli con reti’ finalizzata al rifornimento di un numero contingentato e prefissato di richiami vivi a scopo venatorio e ad usi scientifici; a tale scopo vengono ancora impiegate alcune originali uccellande (luogo con reti per la cattura di uccelli), mentre altre sono state trasformate in osservatori ornitologici.
Nelle provincie di Bergamo e Brescia le uccellande vengono designate perlopiù con i termini: ’Roccoli’ o ‘Bresciane’ (‘Brescianelle’). Alcuni di questi, con il passare del tempo, hanno assunto l’aspetto di veri e propri monumenti verdi nelle loro scenografiche architetture. Le geometrie arboree, organizzate e guidate dai contadini nella costituzione di una simmetrica ‘macchina di cattura’, lasciano intravedere una conoscenza profonda delle possibilità di ogni specie arborea impiegata e unita ad un ancestrale e umano spirito venatorio, fanno presagire l’esistenza di una ‘filosofia’ non scritta, un modo di essere e di vivere che per secoli si espresse nelle uccellande come un accordo tra forme e ritmi della natura, con forte disegno umano, che tutto costringe in uno spazio preciso e progettato [2].

Una leggendaria testimonianza vorrebbe che l’origine dei roccoli risalisse all’epidemia di peste che nel XVI secolo flagellò la Lombardia. Per lenire la carestia impazzante, all’abate bergamasco del monastero di San Pietro d’Orzio venne in mente di catturare i grandi stormi di uccelli migratori che passavano sopra il Pizzo del Diavolo, utilizzando grandi reti. Questa narrazione è considerata parzialmente vera[3], in quanto se è vero che nel XVI secolo i roccoli assunsero la conformazione che ancora oggi conservano e che quindi ai frati bergamaschi non possiamo levare il merito di aver perfezionato il sistema di cattura con le reti, è altresì dimostrato che l’esistenza di impianti simili nelle province di Bergamo e di Brescia era già comunque testimoniata in documenti del XIV e XV secolo. Il più antico di questi risalirebbe ad un atto notarile del 1376, nel quale si certificava l’avvenuta consegna nel bergamasco di:’duas retes seu duo tremagia a roquello pro capienda aves’ (due reti cioè due tremaglie, reti a tre maglie, da roccolo (roquello) per la cattura di uccelli)[4].
Il ‘roccolo’ avrebbe dunque avuto origine nel bergamasco, per diffondersi poi gradualmente, tra i secoli XV e XVII, in tutto il nord Italia. Furono gli uccellatori bresciani a promuoverne la diffusione in Trentino nel XVII secolo, come dimostrato da una descrizione della città di Trento del 1673 dove si legge ‘...i trentini usando perciò arte, insidia e stratagemma di Rieti, Panie, Roccoli, Lacci e altro con far venir uccellatori, massime dal Bresciano dove son’ i veri’[5]. Da lì, uccellatori e tessitori di reti si spinsero fino all’area meridionale tedesca, mentre nel Centro Italia tale pratica giunse soltanto alla fine del XVIII secolo..
In Valle Trompia, un territorio nel quale le proteine scarseggiavano per le misere condizioni di vita, le prede catturate nelle uccellande divennero ingrediente principale di una nostra specialità gastronomica: lo spiedo, la polenta e osei, piatto dettagliatamente descritto anche dal celebre poeta Stendhal che trovandosi in Italia tra il 1815 e il 1820 durante un soggiorno nel bresciano ebbe il piacere di gustarlo [6].
Nella tradizione valtrumplina comunque questa pietanza è da sempre considerata un piatto per poveri.

 

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Indubbiamente la cattura degli uccelli mediante i ‘roccoli’ e le ‘brescianelle’ rispetto agli altri strumenti quali gli archetti[7], i lacci detti ‘capoi’[8], le tagliole o altro, è quella che ha maggiormente inciso sulla toponomastica locale in virtù della notevole superficie che tale impianto doveva ricoprire.
Il ‘roccolo’ è fondamentalmente composto da due elementi: un’alberatura a doppio ordine, generalmente a forma circolare o a ferro di cavallo, ed una costruzione a forma di torretta, unita a varie attrezzature necessarie per l’attività. La posizione è in funzione delle linee di migrazione o delle aree di sosta dei volatili, generalmente su un sito elevato per individuare per tempo l’arrivo degli stormi (ròs) e riparato dai venti per evitare di danneggiare le reti. Quando le reti venivano posizionate nelle ‘selle’ dei monti, cioè nel declivio formato dalla congiunzione di due cime successive (via di transito preferenziale per i migratori) si aveva la ‘passata’, nella quale gli alberi formavano un doppio filare lineare che mascherava le reti, alle cui estremità erano posti i caselli. Sovente le passate si sviluppavano su una lunghezza di alcuni chilometri e mai ad una altezza superiore ai 1500 metri sul livello del mare.

Nelle immediate vicinanze degli impianti di cattura più grandi si diffuse, a partire dal XVI secolo, l’uso di costruire abitazioni per ospitare i proprietari dell’impianto e i collaboratori che vi soggiornavano durante la stagione di passo.
A volte ‘roccolo’ e ‘passata’ erano collegati con una ‘bresciana’. Questa aveva una tipica forma a rettangolo, con il casello posto su uno dei lati minori.
Nella ‘bresciana’ venivano impiegati richiami posti sul terreno coltivato a prato e racchiuso da un corridoio di carpini che mascheravano le reti. Sul tetto del ‘casello’ erano posizionati due bracci di una leva che governava una lunga corda fissata ad un palo posizionato di fronte al casello stesso; alla corda erano legati dei sonagli che, azionati mediante la leva, spaventavano i volatili posati a terra, i quali cercavano scampo volando verso gli alberi del filare finendo quindi nelle reti[9].
Passiamo ora alla descrizione dei singoli elementi costituenti il ‘roccolo’:
- il casello era una costruzione solitamente in legno e muratura avente forma di torretta dalla quale si organizzava l’attività del roccolo. Era posizionata nella parte superiore del roccolo, ai margini dell’alberatura e ad essa sovrastante, in modo da controllare tutta l’area. Il ‘casello’ era mimetizzato da rami di sempreverdi o da alberi piantati a ridosso dei muri. All’interno, composto da stanze sovrapposte, erano custoditi gli attrezzi necessari all’uccellagione e le varie gabbie. La stanza all’ultimo piano era chiamata ‘vedetta’. Costituita da assi di legno e chiusa su tre lati possedeva la ‘viséra’, una feritoia rivolta generalmente a nord-est direzione di arrivo dei migratori, dove il ‘roccolatore’ stava in osservazione. Accanto alla ‘viséra’ vi era un’altra finestrella detta ‘sbròff’ o ‘sboradùra’ (che a volte dava il nome all’intero locale), la quale serviva per il lancio degli spauracchi.
- l’impianto arboreo rappresenta la parte verde del roccolo ed era ideato in modo da costituire un ambiente vario ed accogliente per le diverse specie di volatili. L’impianto arboreo principale era costituito da un doppio filare di alberi, alti 4 metri disposti su una forma circolare del diametro variabile tra i 20 e i 40 metri; venivano potati accuratamente in modo che le loro cime, curvandosi, formassero una specie di galleria. Con la potatura inoltre i rami laterali venivano costretti a crescere parallelamente e poi perpendicolarmente al terreno in modo da formare dei grandi riquadri attraverso i quali gli uccelli andavano ad impigliarsi sulla rete tesa su un’intelaiatura posta all’interno della galleria formata dagli alberi. Non potendo tendere la rete fino a terra si provvedeva a coltivare una siepe bassa di bosso o ad ostruire i 30 cm. circa di spazio con degli accumuli di ramaglie verdi. In alto la rete era fissata a un’armatura di pali in legno detti ‘sigalèr (cicalieri), perché spesso ospitavano le cicale nella stagione estiva. Anche i sentieri che collegavano il ‘casello’ al semicerchio venivano mascherati da piante costrette a disporsi ad arco. La specie più utilizzata per il doppio filare era il carpino bianco, specie che sopporta benissimo le potature, il faggio o il larice venivano utilizzati per altitudini superiori agli 800/1000 metri.

 

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Nello spazio aperto tra il filare e il ‘casello’ vi era il ‘boschetto’ cioè un gruppo di alberi di diverse specie a foglia caduca (ciliegio,sorbo,faggio) con le piante più alte al centro e leggermente degradanti ai lati verso il perimetro circolare, con funzione di favorire la sosta degli uccelli offrendo loro cibo e riparo.
Analoga funzione era svolta dal ‘secco’, un grosso ramo munito di rami e rametti secondari, tagliato all’inizio dell’estate ed esposto all’attacco degli insetti parassiti appetiti da numerose specie di uccelli. Il ‘secco’ veniva fissato sui rami centrali più alti degli alberi del boschetto unitamente a sagome in legno riproducendo le sembianze di alcuni uccelli che fungevano da richiamo.
- le reti erano essenziali per il roccolo e si suddividevano in tre tipi: la rete uccellina - a maglie molto strette, era impiegata per la cattura delle specie di piccola taglia; la rete tordaia - a maglie più spaziose, catturava uccelli della grandezza simile a quella del tordo, la rete bastarda - con maglie a larghezza differente che imprigionava gli uccelli più grossi. Ogni tipo di rete era steso con le medesime procedure, in modo da essere fissato all’interno della galleria formata dagli alberi del ‘tondo’ o del semicerchio e fissata nella parte superiore con anelli ad una intelaiatura che la manteneva leggermente obliqua per consentire la formazione di ‘sacche’ capaci di intrappolare i volatili; il fissaggio al terreno era invece realizzato con picchetti di legno.

Una volta che gli uccelli si fossero posati sui rami del tondo o del boschetto era necessario farli volare dentro le reti. Per questo scopo venivano utilizzati gli ‘spauracchi’. Consistevano in un cilindro di legno della lunghezza di 50/60 cm. e del diametro di 3 cm. All’estremità più sottile, che veniva curvata, venivano fissate delle penne di rapace (generalmente gufo) o intrecciate con giunchi o salice delle figure caratteristiche; ogni roccolo aveva in dotazione alcune decine di spauracchi che il roccolatore lanciava dallo ‘sboradur’ o ‘sbròff’ a ripetizione all’interno del roccolo, quando vedeva che lo stormo si era posato, in modo da spaventare gli uccelli che si tuffavano a volo verso il basso della vegetazione, restando così catturati nelle reti. Quando il ‘roccolatore’ vedeva lo stormo avvicinarsi tentava di attirare i volatili con l’uso di fischietti e speciali richiami costruiti in metallo, legno o terracotta che imitavano il canto delle diverse specie nonchè i segnali di pericolo o aiuto di ogni categoria di volatile. Se il ‘roccolatore’ era un abile fischiatore era in grado di imitare tali richiami senza l’uso di alcuno strumento.

 

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Un elemento essenziale era costituito dai richiami vivi, cioè dall’esposizione di uccelli che con il loro canto e movimento fungevano da richiamo per i loro simili. Le gabbie erano interamente costruite in legno con forme e dimensioni variabili a seconda della specie ospitata. Quelle di dimensioni medie a forma di parallelepipedo, venivano appese quando era ancora buio ai rami più alti del tondo e del boschetto e alcune di esse, dette ‘spie’, a una certa distanza dal ‘roccolo’ sulle direttrici di migrazione in modo da segnalare l’avvicinarsi di uno stormo. A volte si riproduceva il movimento di uccelli sul terreno posando sull’erba una gabbia lunga più di un metro, ma di altezza ridotta detta la ‘coridura’ (dal termine ’correre’).
Non servivano gabbie quando si impiegava lo zimbello, cioè un uccello che veniva imbragato e al quale era collegata una cordicella che veniva strattonata dal roccolatore al momento opportuno per sollecitare il movimento dell’animale[10].
Il commercio di uccelli da richiamo è molto florido anche oggi dove ai roccoli si sono sostituite le ‘poste’, capanni circondati da filari di alberi costituenti una radura nella quale i volatili sono attratti dai richiami dei loro simili appesi alle gabbie. Il cacciatore provvede poi alla loro cattura sparando con il fucile alla debita distanza e incaricando il cane della raccolta della preda.
Tali impianti venatori, anche se impropriamente vengono chiamati ‘roccoli’, forse perché sorgono nelle aree che hanno ospitato in tempi passati questi gloriosi antenati, nulla hanno a che vedere, se non il fine comune della passione culinaria, con l’autentica tecnica di cattura precedentemente descritta.

 

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[1] Il Grande Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, ediz. 1987, p. 167.
[2] G.P. CORTI, I roccoli dell’Alta Valtrompia, Comunità Montana di Valle Trompia, Gardone V.T., 2004, p. 19.
[3] C. GASSER, L’uccellagione nel Trentino (1850-1914), Trento, 1995.
[4] C. GASSER, 1995, op. cit., p. 36.
[5] C. GASSER, 1995, op. cit., pp. 38-39.
[6] D. ALBERTI, Nella Brescia romantica e napoleonica sulle orme di Stendhal, Zanetti Editori, Montichiari (Bs), 1996.
[7] Molle di legno piegate ad arco, tese da uno spago, arricchite con un’ esca vegetale (frutti di sorbo) che bloccava allo scatto della chiave la preda in un cappio.
[8] Basati sullo stesso principio dei precedenti archetti, ma posati sul terreno per la cattura di fagiani, beccacce, lepri o tassi.

[9] A. FAPPANI e S. FONTANA, Architettura contadina in Valtrompia, Silvana editoriale, Milano, 1980, p. 58.

[10] E. TIRONI, Valle Trompia e Sebino: la tradizione dei roccoli tra passato e presente, Gualdi Editore, Bergamo, 2000