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 Tavernole 1943: la ruota del mulino Pellizzari


“Nella stessa maniera girano i mulini ad acqua, i quali sono in tutto simili (alle ruote impiegate nei pozzi), eccetto che all’altro capo dell’asse è fissata una ruota dentata che gira insieme con l’asse. Accanto a questa ne esiste una minore, parimenti dentata ma orizzontale collegata ad un suo asse al termine del quale sta una sbarra di ferro che regge la macina. Così i denti della ruota verticale, spingendo i denti della ruota orizzontale, fanno girare la macina, sopra la quale sta appesa una tramoggia che somministra alle macine il frumento. Così si ricava la farina.” [1].

Il brano ben descrive il meccanismo rivoluzionario che sconvolse e migliorò l’utilizzo dei mulini ad acqua sin dai tempi dell’Impero Romano. Agli inizi del Medioevo, quando ci si rese conto della sua importanza, il meccanismo dei mulini ad acqua per la produzione di energia (successivamente affiancati da quelli a vento) si diffuse rapidamente in tutta l’Europa, dominando la tecnologia fino alla fine del XVIII secolo fino all’invenzione della macchina a vapore e dell’energia elettrica.
Presso l’Archivio di Stato di Brescia, fondo Ospedale Maggiore, è conservato un pregevole documento illustrato intitolato ‘Disegno del corso del fiume Mella per tutta la Valtrompia con i suoi edifici e rami ’ recante data 14 gennaio 1800; in esso vengono riportati tutti gli opifici funzionanti a energia idraulica posti lungo le sponde del fiume Mella e dei suoi principali affluenti, nonché delle loro derivazioni. Tale descrizione assieme ai relativi dati riportati in calce e riguardanti il tipo di produzione di ogni opificio, cfornisce preziose informazioni sulla collocazione e sull’economia del territorio in questione.
Inoltre ci offre un termine di paragone per il riscontro nella toponomastica della passata esistenza di mulini nelle località che ancora portano tale denominazione, ma che da decenni non conservano più alcuna traccia di questi edifici.
Ad esempio per il Comune di Collio si segnalavano: quattro mulini di cui uno specificatamente ‘da grano’ sul torrente Gambidolo sponda sinistra orografica; tre sul torrente Bavordo uno a sinistra e due a destra unitamente a due fucine sempre sulla destra, mentre sulla sponda destra del fiume Mella era attivo un forno da ferro. Bovegno possedeva un mulino a sinistra e uno a destra sul torrente di Graticelle e un molino sulla sponda sinistra del Mella. Irma aveva un mulino sulla sinistra dell’omonimo torrente e una ‘pista da orzo’ sulla destra. Pezzaze e Pezzoro possedevano quattro mulini sulla sponda sinistra del torrente Morina. Marmentino un mulino sulla sinistra. Cimmo e Tavernole possedevano tre mulini, rispettivamente due a destra e uno a sinistra del Mella, uno dei quali, il Mulino Pelizzari, è ancora esistente e funzionante, anche se oggi è alimentato tramite energia elettrica. Lodrino aveva un mulino sulla destra del torrente. Un altro mulino si trovava a Brozzo sulla destra del Mella e anche Marcheno ne possedeva uno situato anch’esso sulla destra del fiume. Un ultimo mulino si trovava sulla sinistra del torrente di Cesovo.
La toponomastica purtroppo ci restituisce una minima parte di tutti questi edifici, conservando traccia solamente dei mulini di Marcheno, Lodrino, Bovegno, Pezzaze, Tavernole.
 
 
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Interessante soffermarsi ancora sul funzionamento e la descrizione di quelle operazioni che consentivano la produzione della farina. Il mulino era costruito lungo un corso d’acqua: si trattava di un edificio solido adatto a sopportare il peso dei macchinari, chiuso da solidi muri che dovevano resistere alle sollecitazioni dinamiche e contenere, in alcuni casi, la corrente d’acqua, o resistere alla spinta del terreno.
All’interno erano presenti zone per abitare, mangiare e dormire; inoltre, mentre il lavoro di macinazione procedeva o quando vi erano momenti di poco lavoro, il mugnaio coltivava i campi intorno all’edificio o curava l’orto. Solitamente al mulino erano annessi un fienile, un granaio e una stalla. Lo scarico delle sementi avveniva al riparo di un portico. Lo stanzone del mulino era posto vicino all’acqua, la zona di abitazione esposta al sole, mentre i macchinari, a causa del loro ingombro e peso, erano situati al piano terreno e lo occupavano quasi totalmente[2]; poiché la struttura del complesso delle macchine era piuttosto alta, queste venivano poste su due piani mediante un soppalco di legno.
L’energia idraulica era fornita al mulino da un canaletto di derivazione artificiale detto ‘sariöla’, il quale può avere lunghezze variabili da poche decine a centinaia di metri; questo canale prendeva acqua dal vicino fiume o torrente mediante sbarramenti denominati ‘traàde’. La ruota idraulica ‘rödha’ era costituita da diverse parti di legno legate tra loro in modo da formare una sagoma circolare compatta; essa veniva mossa dall’acqua del canaletto che poteva passare sotto oppure cadere da sopra (nelle zone montane a causa della scarsità di acqua il metodo della caduta superiore era sempre il più diffuso). Il movimento era trasmesso alle macchine tramite un albero ‘erbor’, nella parte interna del mulino è montato il ‘rödhel’, una ruota a denti che muovendosi trasmetteva la rotazione ad un ingranaggio orizzontale ‘caagnöla’ e di conseguenza al suo asse verticale. Sul soppalco ‘pulpét’ era poggiata una macina da grano fissa e sopra di questa si trovava la macina mobile ‘predha’, le facce interne delle stesse erano piane e incise da raggi per consentire la fuoriuscita della farina e la ventilazione; le macine erano avvolte da un cilindro di legno ‘fahera’.
L’asse verticale ‘pal dè fèr’ del già citato ingranaggio attraversava la macina fissa e veniva bloccato alla macina mobile mediante la ‘busola’, una traversa di acciaio che si innestava dentro due incavi sulla faccia inferiore della rotante.

 
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I vari tipi di seme erano versati dal mugnaio ‘molenér’ mediante una cesta intrecciata nella tramoggia ‘tramodha’, un contenitore a forma di tronco di piramide posto sopra la macina rotante, che a sua volta era collegato ad un imbuto che con movimento oscillatorio faceva cadere i semi nel foro centrale che da qui finivano nello stretto spazio tra le due macine.

La distanza fra le macine poteva essere regolata a seconda della grandezza dei vari tipi di seme abbassando o alzando la pietra superiore mediante una manovella collegata all’albero motore. La farina e la crusca, una volta passate al setaccio mediante meccanismi differenti, a seconda che le macine fossero alte o poste in basso, venivano raccolte in cassoni di legno separati, che una volta colmi venivano svuotati con la pala trasferendone il contenuto nei sacchi.
Un mulino era anche fornito di altri apparecchi per consentire la manutenzione periodica delle macine e il loro smontaggio e si ricorda che nei mulini della Valle Trompia si macinavano orzo, segale, grano, castagne secche e mais.

Negli ultimi anni in alcuni mulini si utilizzavano motori elettrici; inoltre alle macine si era sostituito un ‘cilindro ’ munito al suo interno di rulli zigrinati, i quali trituravano i semi.[3]


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[1] VITRUVIO, De Architectura , X, 5, 2
[2] D. MENOLFI, Dalla Pietra al Mulino, Gruppo Archeo Pisogne, Brescia, 2002
[3] P.G. BONETTI, I canali industriali a Gardone Val Trompia, Compagnia della stampa, Brescia, 2004