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C' erano bambini nelle miniere della valle?

La durezza delle condizioni di lavoro si ripercuoteva con più violenza sui ragazzi: nel 1801 si riferisce che a caricare il "tenero dorso della vena ricavata" non erano solo ragazzi, ma anche ragazze, che secondo alcune testimonianze erano fra i dieci e quindici anni o addirittura fra i sette e otto anni.

Un importante esempio di questo lavoro minorile, protrattosi fino alla prima meta' del 900, è quello del " Bocia déi Fér " :questo nome è stato attribuito ad un giovane apprendista che aveva l'incarico di portare le punte rovinate alla forgia, per farle rimettere a posto dal fabbro.
I bambini erano inoltre impiegati a passare nei cunicoli più stretti (accessibili soltanto ai loro corpicini esili), a raccogliere i minerali sui vagoncini e a trascinare i carrelli.
I bambini dovevano lavorare nelle miniere per due motivi: il primo è quello dell' impiego dei figli, da parte dei padri minatori, nelle miniere a conduzione famigliare; il secondo è il loro sfruttamento per il fatto che si adattavano, grazie alla loro statura, alle dimensioni dei cunicoli che comunicavano con l' esterno.
Però l' utilizzo di bambini e adolescenti, ridotti ad essere piccioli, rachitici, pallidi e malaticci, comportava oltre tutto un lavoro lento, misero e stentato e, secondo il senatore del Regno d' Italia Giuseppe Zanardelli, era dunque causa dell' arretratezza dei metodi di escavazione.
 
 
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Cosa ha comportato l' introduzione delle macchine perforatrici e degli esplosivi nelle miniere?
 
Già nel 1600 viene introdotta nelle miniere la polvere pirica o da mina.
La scoperta di questa polvere è da attribuirsi alla famiglia tedesca Soaghèr, alla quale sono state cedute alcune miniere per riconoscenza.
Per ottenere un risultato efficace, bisognava praticare manualmente dei fori (grazie a delle barre di acciaio al carbonio terminanti a scalpello fatte affondare nel minerale mediante mazzette di acciaio dolce) e poi introdurvi la polvere da mina e la miccia.
Nel 1900, invece, nelle miniere viene impiegato un nuovo esplosivo: la dinamite. La scoperta di questo nuovo esplosivo è accompagnata anche da un'altra invenzione: la macchina perforatrice, prima a vapore, poi ad aria compressa.
Quest' ultima riusciva a velocizzare il lavoro, grazie alla velocità con cui riusciva a scavare i fori nel minerale, per poi posizionarci dentro la dinamite. Essa, rispetto alla polvere da mina, aveva un potere esplodente superiore; infatti grazie alla dinamite si potevano staccare tonnellate di minerale, il quale veniva convogliato nelle grandi gallerie di carreggio.
Queste innovazioni avevano un pro e anche un contro; se in parte esse riuscivano a favorire una velocità maggiore del lavoro di estrazione, potevano però anche causare gravi malattie a chi le adoperava (i minatori) sia di tipo osseo (dovute alle vibrazioni trasmesse dalle macchine) che di tipo polmonare.
 
Cosa è la silicosi?
 
La silicosi è una malattia causata dalla prolungata inalazione di polvere di silice, che provoca la formazione di noduli fibrosi polmonari. Questa malattia, come già citato, agisce sui bronchi polmonari che, a contatto con la polvere, si induriscono e si "cementificano" di silice, ostacolando sempre più la respirazione, portando così il malato al soffocamento. La silicosi si contraeva nelle miniere perché le macchine perforatrici lavoravano a secco e quindi facevano molta polvere che i minatori respiravano.
Un altro problema è causato dai gas prodotti dallo scoppio delle mine e dalle esalazioni di alcuni tipi di gelatine esplosive, che venivano inalati dai minatori che si intossicavano o si asfissiavano.
A tale scopo si costruirono dei sanatori, cioè degli ospedali che permettevano ai malati di silicosi di respirare aria pulita nella speranza di poter guarirli dalla malattia, ma morivano lo stesso.
Nel periodo di guerra molte persone tentarono di trovare lavoro in miniera, per evitare di partire per il fronte, perchè avavano la speranza di sopravvivere, ma molti di loro in miniera riuscirono ad ammalarsi e a morire di silicosi.
 
Quali erano le condizioni di lavoro a fine 800 e ad inizio 900?
 
Il minatore doveva comprarsi i propri strumenti di lavoro (picconi, mazze, badili ecc.), oltre che l' olio per accendere le lampade e la polvere da mine; infatti la società che deteneva l' investitura della miniera si occupava solo delle spese necessarie a prosciugare le gallerie e ad armarle.
 I turni di lavoro erano lunghi e faticosi, spesso regolati dalla quantità di olio che bruciava lentamente nelle lucerne e potevano arrivare fino a dodici ore
 Il sistema salariale ordinario era quello della paga a cottimo: il minerale estratto, misurato in "cavalli", veniva pagato dopo che, portato alla luce, aveva subito una prima arrostitura, o "torrefazione", nelle "regane", forni posti nelle immediate vicinanze della miniera.
 
 
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Che cosa consiste la torrefazione?                                     
 
Nelle vicinanze delle miniere, si possono osservare dei curiosi manufatti a forma circolare o quadrata, nel cui interno è ricavata una cavità a forma d' imbuto: sono i forni in cui era effettuata la torrefazione del minerale, ovvero una prima arrostitura a circa 700 gradi, che avrebbe trasformato la Siderite, che è un carbonato di ferro, in ossido di ferro, in modo da poter essere successivamente fusa negli altofornia 1500 gradi e diventare ghisa o acciaio. La torrefazione avveniva ponendo entro queste "regane" (così si chiama il forno in dialetto) il minerale estratto dalla miniera, alternandolo a strati di carbone di legna.
Si accendeva il forno e l' operazione una volta avviata era continua sin che vi era minerale e carbone.
Il minerale torrefatto si estraeva dalla bocca che era ricavata lateralmente nella parte terminale dell' imbuto a mezzo di una zappa o con un badile.

Man mano che si estraeva il minerale torrefatto dalla bocca, si creava spazio nella sommità del forno, e quindi si caricava altro minerale e altro carbone.

 
Cosa accadde a Pezzaze nel 1859?
 
Se la storia ufficiale ricorda quello di Buggerru (CA) del 1904 come il primo sciopero generale di minatori, conclusosi con la morte di 3 scioperanti a causa del fuoco aperto sul corteo dai carabinieri; in realtà già molto prima, nel 1859 a Pezzaze (BS) 150 minatori del luogo non si presentarono al lavoro essendo in disaccordo con i proprietari delle concessioni minerarie.
Di tale sciopero troviamo testimonianza solo in una relazione che l' arciprete di Pezzaze inviò riservatamente al vescovo.
Il fatto avvenne nella più assoluta spontaneità, vennero arrestati otto minatori con gravi accuse di istigazione alla lotta armata, ma nelle loro abitazioni non si rinvennero armi di alcun genere, nonostante le gravissime accuse di violenza e turbamento dell' ordine pubblico mosse nei loro confronti dai proprietari e dalle autorità locali.
Le condizioni estreme del lavoro in miniera non erano dunque accettate dai minatori con eroica rassegnazione, come ci fanno a volta credere certi tipi di letteratura, e nonostante la feroce repressione di quei tempi, volta a soffocare ogni movimento di protesta, comunque spesso scoppiavano scioperi e disordini a causa dell'esasperazione a cui i lavoratori venivano portati, che però non lasciarono tracce significative nella storia di quei tempi.
 
 
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Quanta gente e quanto lavoro impiegava una miniera nel secondo dopoguerra?
 
Secondo alcuni dati sull' estrazione nel 1946 nella miniera Marzoli di Pezzaze (BS), si viene a sapere che essa occupava 190 dipendenti. Le squadre erano composte da due persone e lavoravano su tre turni. Inoltre una miniera di quel tempo, unitamente al personale destinato alla raccolta del minerale (minatori, manovali, tecnici, fuochini) impiegava anche fabbri (utilizzati nella riparazione degli attrezzi da lavoro e nella costruzione di carrelli minerari, affilatura di utensili, ecc...), elettricisti (per la manutenzione degli impianti elettrici dentro e fuori dalla miniera), idraulici (per il funzionamento di pompe di drenaggio e nell' installazione di tubature di scarico delle acque e per il trasporto dell' aria compressa, necessaria per il funzionamento delle perforatrici), carbonai e boscaioli ( per il taglio del legname, necessario a fornire i pali per puntellare le gallerie, o ad essere destinato alla produzione di carbone di legna, necessario al funzionamento dei forni di torrefazione).
Visto il grande impiego di manodopera, la chiusura di un impianto minerario poteva sicuramente rappresentare una disgrazia dal punto di vista economico per l' intero territorio.
 
Quando le miniere della valle chiusero, cosa fecero i minatori?
 
Le numerose importazioni dall' Africa di minerale ferroso e gli alti costi di estrazione costrinsero le miniere della valle a chiudere sin dal secondo dopoguerra (l' ultima nel 1999, fu la Torgola di Bovegno). In quegli anni difficili i minatori sostennero il loro lavoro e quindi la non chiusura delle miniere. Nonostante ciò, però, si trovarono costretti a trovare un altro impiego presso le altre realtà produttive della provincia, come le fabbriche di armi o le fonderie, diversamente molti di essi emigrarono assieme a tanti altri minatori italiani in altri paesi dell'Europa, dove le miniere richiedevano manodopera, anche spinti dal governo stesso, che in cambio di manodopera fornita alle miniere estere, otteneva agevolazioni sull' acquisto di carbone da queste ultime (patto scellerato).
 
Un esempio del gran numero di italiani impiegati all' estero in miniere di carbone dove la sicurezza e l' incolumità fisica dei minatori spesso veniva tenuta poco in considerazione, è la tragedia di Marcinelle, accaduta in Belgio nel 1959, dove tra le 250 vittime di una esplosione all' interno di una miniera di carbone, ben 139 erano italiani.
Il 50% del carbone in Belgio allora era scavato da minatori italiani, citiamo quello che scriveva il giornale di Brescia nella sua prima pagina del 9/8/1956: "bisognerebbe evitare per sempre che il sangue italiano s' impasti a quel carbone belga, che dà tanto oro a chi lo possiede e solo un po' di pane a chi lo estrae".
 
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