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Nel nostro panorama di indagine storica sulla pratica venatoria è giocoforza prendere in considerazione anche altri tipi di preda, più o meno occasionale, che poteva costituire in secoli passati, parte integrante del carniere di qualche cacciatore, armato o no di fucile.
Frequente doveva essere l’incontro con il lupo, unitamente alle varie leggende che in passato hanno sempre circondato la figura di questo animale, considerato dai più come un feroce e spietato predatore. Anche se l’ultima testimonianza diretta dell’avvistamento di un lupo in Valtrompia risalirebbe al 1885 nei boschi al confine tra i Comuni di Brione e Polaveno (nella Media Valle)[1], già nel 1816 tali animali dovevano essere frequenti se un avviso dell’Imperial Regio Governo austriaco fissava i compensi per la cattura di fiere selvatiche quali: lupi, orsi (300 lire), lupe, orse (150 lire), lupicini e orsi piccoli (25 lire)[2].
Ancora una volta è la toponomastica che ci viene in aiuto, la dove la memoria storica spesso si è perduta. La toponomastica ci restituisce in Costa Lovreti a Marmentino, in Valle del Luf (= lupo in dialetto) a Bovegno la presenza di tali predatori, mentre con il toponimo di Loera dè Cruz a Marmentino si mette in evidenza l’esistenza delle cosiddette ‘loére’ ovvero trappole a fossa destinate alla cattura di lupi, ma anche di Tassi o grossi predatori in genere. Scavate nelle radure avevano pareti a forma di imbuto capovolto, strette all’imbocco e rivestite con pietre a secco e terra; avevano l’imbocco mascherato con rami e frasche in modo che l’animale, una volta caduto e precipitato per un paio di metri circa nella fossa sottostante, non potesse trovare un appiglio per uscire[3].


A tale scopo è doveroso citare "Il sentiero delle sorgenti e dei lupi" recentemente inaugurato, il quale si snoda per circa 2 Km lungo la Val Saino in territorio di Polaveno.
Il progetto di allestimento nacque in seguito alla realizzazione di un laboratorio didattico condotto nell'anno scolastico 2001 - 2002 dalla Scuola elementare di San Giovanni e da alcuni collaboratori dell'Associazione Versanti, membri del gruppo di storia locale di Polaveno e con la partecipazione dell'Amministrazione comunale di Polaveno.
Lungo l’interessante percorso guidato da esaurienti pannelli informativi si possono incontrare fonti, vasche, sorgenti la ricostruzione di un poiàt e anche una loera magistralmente recuperata.

Probabile era anche l’incontro con l’orso, proveniente dal vicino Trentino. Pur non rilevandone traccia toponomastica, la frequentazione dell’Alta Valle da parte di questo mammifero è testimoniata dall’esemplare impagliato dell’ultimo orso della Valle Trompia abbattuto alla fine del 1800 e conservato presso il locale Museo della Tradizione di Pezzaze nel polo museale della miniera Marzoli.

 

 

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[1] C. SABATTI, La caccia nel Bresciano dagli albori alla prima metà del Novecento, Com&Print, Brescia, 2002, p. 148.
[2] U. VAGLIA, La caccia alle fiere nella riviera di Salò, in Memorie dell’ateneo di Salò, New Print, Brescia, 1994, p. 75.
[3] M. ABATI e A. PELI, Le stagioni di Visala, Grafo, Brescia, 2003, p. 23.